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venerdì 6 giugno 2014 16:00:00

Philippe Gourdon, chi è costui? Dicono di lui: prima viene il vigneto, poi il vino! Dicono sia un moschettiere a difesa dell’agronomia della purezza e della franchezza; un D'Artagnan che cerca di rendere “bio” anche le leggi sulla denominazione di origine, per cui quando il meccanismo del sistema prevede la sua esclusione, stare fuori diventa una stimolante occasione per dover eccellere.

Le-Puy-Notre-Dame è un villaggetto di 1300 persone nel bel mezzo della campagna a sud di Saumur e Anger, in piena Valle della Loira. Qui ha vigneto Philippe Gourdon e l’azienda si chiama Château La Tour Grise. Da qualunque parte ci si arrivi, che sia la D87 o la D174, dopo le vigne che assalgono le case, l’occhio è attirato dalla guglia appuntita della chiesa che sembra lanciarsi in un movimento anti gravitazionale per pungere le nuvole d’oceanica genesi.

In vigna coltiva prevalentemente cabernet franc, poi chenin e chardonnay, infine chenin noir (pineau d’Aunis); è però il vino bianco (che poi ha tutt’altro colore) quello che ci ha attirato.  È il suo essere completamente al di fuori del “tutto enologico”, e non è che un bianco (?) leggermente frizzante, pétillant, da uve chenin blanc 80% e chardonnay 20% che risponde al nome di Ze Bulle Zéro Pointé.

Il nome del vino è un’antitesi semiologica siringata dalla matematica, per la cui definizione forse bisognerebbe scomodare Umberto Eco e Roberto Vacca.

Da una resa di 35 hl/ha, senza sovramaturazione,  da agricoltura che è bio2, cioè che più bio non si può, nasce questa goccia enologica dalla normale naturalità delle cose, cioè da una fermentazione naturalmente spontanea, dove gli zuccheri autoctoni incontrano i lieviti indigeni. La CO2 naturale (cioè non proveniente da “tirage”) è trattenuta, e la fermentazione viene interrotta quando c’è un combinato equilibrio tra zucchero residuo – quindi dolcezza – acidità e amalgama strutturale.

Ne esce un vinello dall’alcool all’8,5%, con un colore giallo miele e un’effervescenza che gioca a nascondino. L’eleganza della semplicità dei profumi rimanda a una purezza che travolge ogni convenzionalità odorosa. Pera e mela cotta accompagnano una scossa al limone mentre il vento spande nell’aria l’odore del gelsomino. Al gusto l’acidità sembra farti marameo, nel senso che dice: ci sono e ti fregherei se non fosse per quel residuo addolcente di zucchero naturale che mi culla e mi stordisce, mentre le bollicine soffiano delicatissimi sentori di succo d’uva nel piacevolissimo finale.

È un agro dolce sopraffino, un insieme di squisite naturalità nei profumi e nei sapori: davvero un vino non convenzionale, per cui non è una AOP, ma un semplice “vino di Francia”.

E a proposito di convenzionale o non, vi suggeriamo di dare un’occhiata la sito www.latourgrise.com, dove in modo chiarificante ci sono le foto che evidenziano, mensilmente, le differenze tra la coltivazione convenzionale e quella biodinamica.

Secondo noi è un vino da “senti l’estate che torna”, da servire attorno ai 6 °C, da bersi con un mezzo “slurp”, perché il suo essere aschematico in gradevolezza ne fa un vino che attira una spontanea voglia di sorridere mentre lo si sorbisce.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)