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mercoledì 13 agosto 2014 10:30:00

La Barbera è magia enologica, per cui crediamo sarà un’attrice del prossimo Wine to Magic di Torino 2014.

Notare il femminile, perché così è da sempre, anche se viene spesso spontaneo (sbagliando) usare l’articolo al maschile in molti territori a destra dell’affluente Scrivia.

Parlando della barbera ci piace partire da Paolo Monelli, e anche se la descrizione è stata strausata è però efficacissima: «È uno dei pochi vini di sesso femminile… ma se è femmina è un virago da metter fuori combattimento la gioventù tenerella e delicatina che usa oggi. L’ho già definito il fante dei vini piemontesi, pistapauta e scaccianebbie, burbero, tutto vino, nel colore scuro, nelle macchie che fa sulla tovaglia, nell’afrore che dà al fiato, nel profumo forte». Era il 1963.

Certo non ci sono le delicatezze del Carducci o di Cesare Pavese in questo spaccato descrittivo, ma la barbera era un vino per uomini “forti”, che spaccavano legna e terra, un vino che dire dozzinale certe volte non era un’offesa, un vino di poco valore, da bersi mentre il fumo ostico e antico dell’osteria ti avvolgeva e fuori la nebbia creava un filo di continuità invisibile.

Un vino villico, ma dal sapore asciutto e incorrotto, un vino genuino ma spesso un non-vino se incappava nei meandri di certa nobiltà enologica; un vino mai domato, pieno della propria libertà di essere selvaggio e selvatico, tanto da spingerti verso un’ebrezza scaccia pensieri,  un vino da usare come energetico, altro che odierne barrette.

Poi arrivò Giacomo Bologna e di quel vitigno, un po’ David Copperfield e un  po’ Jean Valjean, ne fa un Piccolo Lord.

Quell’uva barbera a cui dare un cicca sembrava già troppo, viene osservata a lungo, coccolata nelle migliori posizioni della vigna, gli si evita di ingrassarsi, si attende senza paura che maturi, maturi e maturi, finché l’acino non sarà in grado di farsi zuccheroso.

Poi vinificazione lunga, a contatto con bucce intonse, poi affinamento di dodici mesi in barrique (per l’epoca un azzardo pericolosissimo, erano i primi anni 80), poi vetro per quasi un anno, e tutti a pensare… non sarà più barbera.

E infatti non lo fu, da quell’82 sarà solo Bricco dell’Uccellone e così resterà, illuminando di fatto e di diritto quell’uva simbolo di un tempo straordinariamente campagnolo, di quando si usava la sola forza delle braccia per vangare le prode.

Giacomo Bologna con il Bricco dell’Uccellone non ha sdoganato solo la barbera, altri vitigni si sono impettiti e hanno preso il coraggio di agghindarsi con nuovi abiti strutturali.

Il 2010 Bricco dell’Uccellone è assai suggestivo, segna un decennio di assenza di Giacomo Bologna. Ha ancora – e come non potrebbe – tutto quel rubino che ammicca a un certo rosso colore di un pelato di rosa. C’è nel profumo quell’equilibrato senso dell’uso del legno a imbestialire (in senso buono) tutto il rosso fruttato che la barbera vorrebbe far dilagare come un’ossessione, come un delirio poi placato da spezie dolci, da sfumatura al cioccolato di molto fondente. Il profumo si atteggia infine a studentello liceale e sciorina, come fosse a un esame, un corredo odoroso elegante nei toni di ciliegia e liquirizia, di chiodo di garofano e fiori d’un roseto che stanno appassendosi come poesia botanica nella serra di Nero Wolfe.

Fai spazio alla mia freschezza! Così si presenta la barbera nell’incontro con l’ammorbidente affinamento in legno; non posso lasciarti il palcoscenico altrimenti perdo la mia identità di scaccia nebbiolo. Sì, perché la barbera è così, è un vino a cui piace scherzare con se stesso e con gli altri, ora che la sua identità è stata risolutivamente definita: se la vuoi sarà potente e generosa, non dispettosa in tannino, ma civettuola quel che basta e che conta in acidità, tanto da destare e risvegliare l’attenzione di tutti i miscelanti sapori che un vino può offrire.

Un vino, un’intuizione enologica, che ancora oggi sfiora una sorpresa d’incredulità; un vino, il Bricco dell’Uccellone, che nacque dall’intelligente visione di un talento innato di vignaiolo e che i suoi figli stanno custodendo con altrettanta maestria. Evviva Barbera leggendaria… pur non pensando a Gaber.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)