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martedì 2 settembre 2014 09:30:00

L’uomo vino piemontese, cioè quello che fa vino dalla sua vigna è diverso da tutti gli altri vignaioli. Ha come un animo dissenziente verso la velocizzazione dei processi che standardizzano le ossature gusto olfattive del vino, e l’ostilità verso certi primeggianti vitigni a bacca rossa non è mai stata sottintesa. I loro sonni sono abitati da sogni e non da eno-incubi.

Uno dei sognatori (in senso affettuosamente limpido) è stato di certo Giancarlo Travaglini a Gattinara; si, perché, diciamocelo papale papale, non è che Gattinara sia un pittore del nebbiolo che lo vogliono partecipe di ogni vernissage.

Anche quando il Gattinara ascese a fama improvvisa e luccicante, lui non si fece prendere la mano da alcune remunerative deviazioni commerciali, restò fedele alla linea, alla sua linea, ancorato nel sogno Gattinara forever e nebbiolo aplomb.

Lentamente i sogni si sono materializzati, e il Gattinara Travaglini è considerato a tutti gli effetti un’icona incancellabile dell’uva Spanna, che è poi il Nebbiolo. Travaglini fa dei Gattinara  Leopardiani, che sfiorano l’infinito, e quell’immensità fa annegare di gioia il pensier nostro.

Pur in questo immenso (forse ci siamo lasciati andare) microcosmo dominato dal nebbiolo, è di un nebbiolo decontestualizzato che ci piace parlare.

Il Sogno 2009 è un vino tutto uva nebbiolo, la cui maturazione non s’è fermata alla vigna, ma l’hanno allungata artificialmente – ma naturalmente – in ambiente chiuso, con i grappoli super selezionati posti ad appassire in apposite attrezzature.

Dopo cento giorni e cento notti è iniziata la lavorazione dell’uva, con vinificazione in acciaio a temperatura ben controllata per trattenere ogni miglior cosa. È seguita una sosta rigenerativa in botti di legno Slavonia per quasi tre anni, poi è stato lasciato stemperare in vetro per quasi un anno.

Ne è uscito un vino “sognato” e intuitivo, quasi di spirito e di consistente intelligenza femminea.

Del Sogno 2009 Travaglini non è essenziale il racconto della degustazione, ogni degustatore se la può sognare con il proprio Morfeo, abbracciato in un sonno colorato di buio, con barlumi di rosso granato d’un alba incipiente… o di un tramonto temporalesco.

I profumi sono intimamente esoterici, risiedono all’interno di un’uva maturata anche con gli sguardi di casa Travaglini; profumi che danno subito spunti di analogia fruttata, d’un frutto lavorato a sciroppo e marmellata, più un pot-pourri di tante piccole bacche selvatiche di bosco, che il singolo sciroppo di mora, piuttosto che di mirtillo.

I fiori si sono seccati e oltre a sembrar lavanda marcano anche una vibrazione di fieno. Legno e sovramaturazione hanno creato un fondo speziato tra pepe nero e cioccolato, quest’ultimo quasi fusosi tra menta e ciliegia scura, ha anche un po’ di china e odore mentolato (balsamico?).

Il gusto è un sogno rilassante, rigenerante in morbidezza, con una consistenza liquida in cui la maturità dei frutti accenna ad appiccicosità e sapidità imperiosa. Non è abboccato, ma lo sembra, tanto viscosa è la trama glicerica.

Pur non lasciandoci influenzare dalla fama dell’azienda (e non è facile) e nemmeno dal nome del vino “Sogno”, in fondo in fondo ci sembra si sognare un nebbiolo antagonista del suo essere. E così lo è… se vi pare!

Calza a pennello, nell’apprezzamento non tecnico del vino ma mentale, qualche rima di una canzone di Gianna Nannini: sogno che sprofondo in questo viaggio mio mentale… e il piacere interiore, quello egoistico e edonistico, puro e gaudente sta tutto nel…  sogno che sei un urlo di bambino intrappolato. E questo è un vino da urlo!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)