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lunedì 4 marzo 2013 16:00:00

La storia del vitigno Viura (o Macabeu) è singolare, perché si è ritrovato nel giro di pochi anni, quantificabili tra l’inizio del 1900 e il 1975, dall’olimpo all’inferno. La colpa non è certo della pianta, ma di situazioni dovute ad azioni poco meditate degli uomini del vino.

La patria del Viura è il nord della Spagna: Cava e Rjoia. Se nel Cava è utilizzato per produrre vino base da miscelare con Xarello e Parellada e poi sottoporlo alla rifermentazione in bottiglia, nella Rioja la sua aulicità  di monovitigno per vino fermo era molto radicata.

La storia del Viura nella Rjoia è molto curiosa. Innanzitutto è facile individuare la Rjoia come zona di produzione di vino rosso, anzi “tinto”, e poi vedremo anche perché si chiama “tinto”. Ma la Rjoia è in grado di raccontarci un’altra straordinaria storia. Nel XIX secolo il vino più prodotto nella Rjoia era bianco, è le uve principe erano il Viura, la Malvasia e la Garnacha blanca; era pertanto la tipologia di vino con tasse più alte, per cui spesso lo si tingeva con il rosso per fare vino “tinto” e pagare meno tasse: ciò spiega il perché di questa parola e la differenza con il rosso della Catalogna che viene chiamato “negre”, anziché tinto.

Che fosse questa la verità lo testimonia anche il periodo della fillossera, infatti, quando i commercianti francesi si gettarono in Spagna per comprare vino, non furono i bordolesi a fermarsi nella Rjoia, ma gli Alsaziani.

La spiegazione di questa produzione di vino bianco in una regione oggi quasi del tutto vocata al vino rosso, sta in un’affermazione riportata da Inside Rjoia (Life in the Rjoia wine district of Spain): «In fact, in the 19th century, doctors recommended consumption of white wine for health reasons because the tannins in red were believed to be harmful». Il cui riassunto ci indica chiaramente che i dottori, dell’epoca, raccomandavano il consumo del vino bianco per ragioni di salute, perché credevano che i tannini del rosso fossero nocivi alla salute.

Poi il mondo del vino piano piano è cambiato anche nella Rjoia, e come spesso accade, non c’è stato un reale controllo del cambiamento, è stato molto più facile veleggiare sull’entusiasmo planetario del consumo di un certo tipo di vino rosso, che riflettere su quello che si stava sottraendo. Fu così che nel 1975 avvenne il sorpasso, e nel 1985 la coltivazione di uve bianche fu relegata al 30%, mentre nel 1999 scese al 10%.

Quest’aggressione mise in una situazione di difesa la coltivazione delle uve bianche, tanto che rispetto al rosso, di cui si producono 6.500 kg/ha, lasciava al bianco una resa di 9.000 kg/ha.

In questo modo il bianco ha perso tutte le sue qualità e l’uva Viura s’è snaturata completamente, perdendo acidità e mineralità, complessità fruttata e sapidità: insomma il vino diventa piatto al gusto, in più l’eventuale mix con Malvasia e Garnache Blanca non lo impreziosiva.

È così che se n’è andata la celebrità del Viura, un lento affievolimento che ha cancellato dalla memoria dei degustatori un vino dal gusto secco e sapido, con un nerbo è una vivacità caratteriale da renderlo ideale come vino di affinamento.

Per recuperare il mal tolto gli organismi di controllo acconsentirono all’introduzione di vitigni come lo Chardonnay e il Sauvignon blanc fino al 49%, lasciando all’uva Viura la maggioranza e autorizzando anche le tradizionali Garnacha blanca, Malvasia, Maturana Blanca, Tempranillo Blanco e Turruntés. L’introduzione dello Chardonnay e del Sauvignon blanc è stata spiegata con la volontà di dare maggiore freschezza e più fruttato al Viura.

Chiaramente questo non è il toccasana, perché il gusto del mondo del vino cambia più velocemente delle emanazioni legislative, e l’uva Viura è stata ancora una volta penalizzata. Ma il  vento sembra aver girato la bandiera verso altre direzioni, quella certa sofferenza che il vino rosso sta incontrando ha dato spunto e modo ad alcuni produttori di far vedere che il vino bianco della Rjoia non è solo quel fruttatino “easy to drink”, in cui Chardonnay e Sauvignon blanc hanno la loro colpa. Il Rjoia bianco è soprattutto e ancora di più Viura. Infatti basta allontanare il vitigno dalla parte bassa della Rjoia, quella più intrisa di clima mediterraneo, salire nella Rjoia Alta e cercare le posizioni più alte delle collina.

Ed ecco che il Viura riesce a maturare aromaticamente (gli servono 13°) e il resto lo completa una resa per pianta molto bassa.

In questo modo il vino può stare sui lieviti anche per alcuni mesi, con bâtonnage anche bisettimale, e l’uso della barrique non diventa più un elemento di pericolo ma di eleganza.

Ne escono dei vini sorprendenti, di una complessità odorosa stupefacente, che va oltre il fruttato di mandorla bianca e di frutta tropicale, di noce di cocco e lieve vaniglia, di intenso minerale e di note floreale campestri, di cera e di miele, e di erbe aromatiche rigeneranti. Il gusto è sapido, quasi salato, non è che manchi di freschezza, solo che è un fresco succoso, anziché ruvideggiante, una freschezza dalla polpa carnosa, come quando si morde un mango.

Così è ora il Viura, speriamo che si mantenga. Un suggerimento a chi volesse tentare l’esperienza degustativa, forse anche nel prossimo Vinitaly, è quello di cercare le seguenti aziende: Allende, Palacios Remondo, López de Heredia, Tobía, Cosme Palacio, Marqués de Murrieta, tanto per citarne alcune.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)