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martedì 3 aprile 2018 09:00:00

Il 1934 è un anno in cui repressione e segregazione sembrano termini peculiari. Hitler, dopo la macelleria notturna del 30 giugno (la notte dei lunghi coltelli), succede al vecchio Paul Hindenburg e diventa capo indiscusso della Germania; in Italia, la Chiesa Romana spedisce all'indice le opere di Benedetto Croce e Giovanni Gentile; negli Stati Uniti, Alcatraz diventa carcere di massima sicurezza; in Francia, il Primo ministro Édouard Daladier ordina di sparare sulla folla, in protesta per il caso Stavisky, e uccide sedici persone. In questo clima, arroventato dai venti di una guerra ancora ipotetica, una nuova legge viene ratificata a Parigi dal nuovo Primo ministro, l'esangue Pierre-Étienne Flandin. Porta la data della vigilia di Natale ed è una condanna a morte:  Noah, Othello, Isabelle, Jacquez, Clinton ed Herbemont

Non si tratta di uomini, ma di vitigni, anche se i loro nomi sarebbero stati benissimo indosso ai personaggi di un romanzo di Dumas o di Hawthorne. La corte francese li condannava a morte perché ibridi, figli nati dall'unione di vite europea e vite americana o di specie diverse di viti americane, creati perché resistenti all'invasione della fillossera e adesso condannati allo spianto. Possiamo immaginarli davvero in forma umana, in un romanzo d'appendice, magari ritti su un palco di legno poco prima dell'impiccagione, la pena riservata ai criminali disprezzati. Noah, allampanato e pallido, lo sguardo velenoso, come l'alcol metilico che sprigiona una volta vinificato. Othello, panciuto e sacripante come la sua iniziale, e come un certo Orson, interprete e regista del leggendario moro di Venezia. Isabelle, americana dai capelli corvini, pugni chiusi sui fianchi e aria scarlatta come le fiamme; Jacquez, baffi e parruccone nero, texano di Rio Grande, nipote di uno spagnolo morto ad Alamo; Clinton, ferrigno e balioso, emigrato in Francia dal Wisconsin al seguito del padre, veterano della guerra di secessione; Herbemont, compagno di Isabelle, una volta affabile e benvoluto figlio del South Carolina, inerte alle occhiate consolanti della moglie. 

Nonostante i tempi fossero assai calzanti, non si trattava, in realtà, di forme di intolleranza nei confronti di creature "diverse": la condanna a morte dei sei ibridi celava la più prosaica questione dell'economia nazionale. La Francia degli anni Trenta aveva superato fin troppo bene la crisi della fillossera: la pratica dell'innesto su piede americano e la massiccia diffusione di vitigni ibridi, avevano dato vita ad una ondata di vino a cui nemmeno i bevitori più irriducibili del mondo avrebbero potuto fare fronte. Se la Linguadoca, da sola, inondava la nazione con 30.000 litri di vino per ettaro, nell'Algeria coloniale si compravano terreni a prezzi stracciati, incoraggiati da una manodopera dal costo irrisorio. Uno tsunami di vino sovraprodotto, venduto a prezzo di costo, pronto a risucchiare centinaia di viticoltori sulla via del fallimento. 

I tempi raccontati da Gillo Pontecorvo nella Battaglia di Algeri erano ancora lontani: la Francia del 1934, anziché partire dalla decolonizzazione, decise di partire dalla distruzione dei vitigni ibridi, troppo resistenti e troppo produttivi. Pur morti sul patibolo, idealmente, in una immaginaria mattina di Natale del 1934, Noah, Othello, Isabelle, Jacquez, Clinton ed Herbemont si guadagneranno il loro posto nella mitologia francese. Saranno i minatori delle Cévennes i loro mitografi; gli abitanti della Vandea i loro più strenui amanti. Loro, figli bistrattati ma duri di Francia, eleggeranno quei sei vitigni a loro protettori: delle cause perse, degli anarchici e dei resistenti. Il forcuto Noah, ad esempio, tra i ruvidi vandeani continua imperterrito a trasformarsi in pineau de Noah, un distillato che è anche una rivendicazione di indipendenza. Alla fine hanno vinto loro: nel 2003 il bando di condanna è stato ritirato in tutta la Francia. Rivederli in giro per il paese, però, sarà più arduo; del resto, sono pur sempre i numi delle cause perdute.  

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)