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Vino caldo

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martedì 26 aprile 2016 10:00:00

Forse è giunto il momento di discutere davvero del cambiamento climatico, non solo per l’accordo di Parigi (COP 21) del 12 dicembre 2015, che per la cronaca dovrebbe obbligare i 195 stati presenti a limitare l’aumento della temperatura entro 1,5 gradi entro il 2020.

Noi siamo gente di vino, per cui un’idea di cosa significhi ciò, e soprattutto di cosa ha significato il riscaldamento precedente, dovremo pur farcela, chiaramente restando nell’ambito enoico.

Per ora c’è molto accordo nell’affermare che il vino ha subito, senza potersi difendere, l’aggressione del caldo climatico e del micidiale calore che s’è trattenuto nella struttura. A ottobre del 2015 un report di Bloomberg.com affermava che c’era il rischio nel Bordeaux che fosse iniziata la fine dello stampo enologico bordolese, perché il merlot avrebbe rischiato di sovraccaricarsi di fruttato, diventando una bomba sciroppata, avrebbe perso la sua freschezza e sarebbe esploso in alcol.

Lo stesso rischio lo si riscontra anche in Napa Valley, dove il pericolo di abbronzarsi troppo lo corre il cabernet sauvignon, e ad affermarlo è un tipo affidabile come Glenn McGourty, science advisor della UC Cooperative Extension di Mendocino e Lake County, e la sua affidabilità sta nell’aver parlato di ciò fin dal 1994.

Qual è la conclusione di questa scalata climatica? Il cabernet e il merlot – e tutti gli altri vitigni – non cambieranno il loro nome, però la loro essenza olfattiva e gustativa sarà diversa e soprattutto ci sarà un gran contenuto di alcol,  chiaramente se niente sarà fatto.

L’esempio di McGourty può calzare anche per i vitigni. Dice McGourty che le mele golden delicious coltivate nel “freddo” Washington State perdono, anzi cambiamo, il loro appeal di sapore se le coltiviamo in un clima differente: e come dargli torto!

Ciò che si ventila in questa dissertazione è che l’espansione dei cosiddetti vitigni “facili” o “varietà internazionali” non fu una scelta compiutamente supportata da analisi ampelografiche, forse sono stati più attratti dalla storica facilità di penetrazione dei loro nomi sui mercati del mondo e per una altrettanto facile qualità. Molti si sono disinteressati all’adattabilità climatica e adesso quelle piante rigettano tutto in alcol incontrollabile.

L’opulenza alcolica di certi vini sta iniziando a stancare, in Europa lo si sussurra sottovoce, ma negli States cominciano a parlarne ad alta voce. Da parte nostra siamo certi che il profilo ampelografico di tradizionalità che abita ancora nei vigneti della nostra Italia sarà il nostro salva vino, i nostri autoctoni – che sono tantissimi e ben caratterizzanti – anche se più difficili da coltivare degli “international” dovranno diventare la migliore nuova gioventù della nostra storia enologica, perché – fondamentalmente – ai nostri autoctoni l’alcol gli fa un baffo. Siamo vignaioli da millenni e non i millennials del vigneto.

AIS Staff Writer

 

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