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mercoledì 17 ottobre 2012 15:30:00

La viticoltura non è altro che l’insieme di quelle tecniche che disciplinano e programmano la coltivazione delle viti, sia che il loro utilizzo porti alla produzione di uva da tavola o di uva da vino. Lo spazio temporale della viticoltura inizia con l’impianto delle barbatelle e termina con l’espianto delle viti, mediamente dopo 25 anni di produzione, però le cose possono cambiare in funzione di molte variabili connesse all’azione dell’uomo, come lo sfruttamento produttivo della pianta e di altri fattori non imputabili alla scelta del viticoltore.
Una panoramica nella letteratura specializzata mette in evidenza che esistono più viticolture: c’è quella convenzionale e quella sostenibile, ce ne è una biologica e una biodinamica, e non manca nemmeno quella “naturals”.
Il paesaggio di coltivazione può essere indipendente dallo stile di coltivazione (di viticoltura) e può condurre a un’estremizzazione della scelta, che equivale a dire l’unica viticoltura possibile.
Ne scaturisce una serie di vigneti condotti al limite dell’impossibile o riportati in vita dopo la loro scomparsa più o meno volontaria. La PRESSE.CA ha fatto un report carino, noi l’abbiamo integrato con la parte italiana.

Si può parlare di Vino degli sportivi, e qualcuno ne ha parlato, se ottenuto da viti coltivate in vigneti estremi, dalle pendenze alpinistiche, da free climbing. Viene in mente il vigneto alsaziano, grand cru, Rangen (nella foto sopra a sinistra) e Rangen de Thann. La pendenza è così estrema, il 45%, che per vendemmiare andrebbe richiesta una visita presso un centro di medicina dello sport, per testare di non soffrire di vertigini. Non è infrequente vedere i vendemmiatori legati con le corde, come fossero a fare una scalata sul Cervino. In questo suolo strepitosamente vulcanico si coltivano sette vitigni, ma il meglio dalla combinazione del terroir sembrano succhiarlo due vitigni. Il Muscat, che abbina un’elegantissima leggerezza a un’offerta varietale e aromatica da manuale dei riconoscimenti olfattivi, tanto e tanto è l’aroma di fiore di sambuco, di rosa canina e d’immacolato fiore di arancio. Il Gewürztraminer non è da meno, anzi la sua potenza aromatica esonda nell’intensità del litchi, della rosa selvatica e nell’amaricante speziato; una mescolanza officinale che rimanda al profumo canforato degli unguenti che gli atleti (sportivi) impiegano per sciogliere i muscoli.

Realmente sottratto alla viticoltura è il Vino del vulcano. Il paesaggio è indescrivibile, il suolo ha il colore del carbone, dà un senso di penombra, ma quando il sole lo illumina sembra il colore delle scarpe nere da smoking. Il vigneto è situato a Lanzarote e il terreno è composto dalla lava raffreddatasi nella Valle della Geria dopo le eruzioni. Il territorio è rasato, inerme vittima del vento e dell’aridità climatica. La vite ha bisogno di protezione per cullare i suoi acini, ecco quindi l’ingegno dell’uomo che costruisce dei muretti semicircolari sovrapponendo l’uno sull’altro della roccia lavica per proteggere la pianta dal vento, la tiene quasi strisciante per facilitarle l’assorbimento della poca umidità che la terra può concederle. Il nome di questi pseudo micro clos è “Zocos”. Il vino bianco, prodotto in versione secca e amabile è il più pregiato delle isole Canarie.

Il Vino che viene dal ghiaccio. Non è la parodia di James Bond, è l’essenza dell’Ontario (Canada) semiartico. I grappoli sono lasciati sulla pianta fino a Gennaio, hanno così la possibilità di congelarsi e disgelarsi, e ciò crea un’intensificazione dei profumi. La vendemmia è misteriosamente notturna (come in Australia) per far catturare più freddo possibile all’acino; anche la pressatura si pratica in condizione di gelo (-13°), il motto cambia nome e viene chiamato “nettare gelato”, come un sorbetto enologico. Le uve destinate a questo martirio sono il Vidal bianco e il Riesling e il vino rappresenta l’unicità della categoria “icewines”. La sua personalità è bipolare: tanto è acido quanto è dolce, quando è dolce è acido quel tanto.

Vini delle Ande. 7.200 km di cordillera non potevano essere immuni dalla viticoltura, la quale gradisce arrampicarsi, d’altronde è nella sua natura avvinghiarsi a qualcosa per salire in alto.
In Argentina, a Cafayate, la vite ha l’occasione di elevarsi e spiccare quasi il volo verso l’azzurro e le stelle. I vigneti alloggiano tra 2.200 e 3.000 metri d’altitudine, i loro nomi sono ormai entrati nella leggenda: Payogasta e Tacuil (nella foto qui a lato a destra). L’uva che resiste all’altitudine è il Torrontés. Ha un carattere aromatico simile al Moscato (taluni la vogliono uva aromatica), in più ha un fruttato rinforzato e un floreale meno amarognolo. Anche il Malbec ha trovato rinfrescante appollaiarsi su queste cime dopo esser emigrato dal Médoc: qui dà un vino fruttato, gradevole e succoso, talvolta un po’ marcato nel vegetale.

Dalle Ande a Parigi: Vin des Boulevards o Vin de Pigalle. Prima che Montmarte si urbanizzasse la collina era arredata da vigne, al pari di Firenze con le famose Via della Vigna Vecchia e Via della Vigna Nuova. Soltanto che Firenze al posto delle vigne ha piantato Gucci e Giorgio Armani, mentre a Montmarte hanno ricreato il “clos”, proprio a due passi dal Sacré Coeur. Sono 1.500 m2 di vigneto piantati con 28 cultivar tra cui Pinot noir, Gamay e Sauvignon; il totale delle bottiglie prodotte è circa 1.700.
La fama acquisita non è certo basata sulla certificazione qualitativa, ma sul fascino di un vino ottenuto come canta Edit Piaf, “sous le ciel de Paris”. Sarà per questo che alcune cuvée sono state intitolate a Dalida e al cantautore Brassens. Il vino porta in etichetta la dizione Clos Montmartre ed è posto in vendita una sola volta all’anno, in occasione della Festa della Vendemmia degli inizi d’ottobre.

Vino delle Ceneri e delle Pomici. Da Parigi a Pompei il viaggio è breve, ma il divario storico è enorme.
Nell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., chiamata eruzione Pliniana, ceneri e pomici oscurarono e soffocarono ogni forma di vita, tra cui le piante di vite. Plinio, oltre che a raccontare con dovizia di particolari la cronaca dell’eruzione, ci lasciò anche informazioni sui vini di Pompei: I vini di Pompei, dunque, raggiungono il massimo della qualità nel giro di dieci anni, non li migliora un ulteriore invecchiamento. (Plinio, Naturalis historia, XIV). Nel 1996, a seguito dell’individuazione dei calchi delle radici, che chiarivano il posizionamento delle piante al momento dell’eruzione, in quello che diventerà un vigneto, furono impiantate otto diverse cultivar, scelte analizzando studi bibliografici e inconografaci, quest’ultimi attingendo alle immagini degli affreschi che raffiguravano i grappoli. Questi i varietal: Vitis Aminea Gernina (Greco), Vitis Oleagina (Sciascinoso o Olivella), Cauda Vulpium (Coda di Volpe),  Vitis Apiana (Fiano), Vitis Alopecis (Caprettona),  Falanghina, Columbina Purpurea (Piedirosso),  Vitis Hellenica (Aglianico).
Dopo alcune prove di affidabilità vegetativa nel 2001, da Piedirosso 90% e Scianscinoso per il 10%, nacque, per la regia di Mastroberardino, il vino “Villa dei Misteri”: un modo per riportare la viticoltura dell’oggi a quell’alveo di naturalità antecedente l’eruzione. Il vino di certo non ha niente a che vedere, per gusto e profumo, con quello del 79 d.C., però una traccia di quella mineralità è sicuramente presente.

Vini del deserto. La provincia del Xinjiang, Cina, è la principale area viticola della nazione. Turpan è un territorio particolare, soprattutto perché posto a 154 metri sotto il livello del mare, è desertico e le condizioni climatiche si caratterizzano per una secchezza estrema. In estate la temperatura staziona ben oltre i 45 gradi e la regione si è guadagnata il soprannome di “prefettura di fuoco”, in inverno può scendere fino a -40, per cui diventa un prefettura di ghiaccio.
Eppure anche qui si coltiva la vite, essa è franca di piede perché i -40 impediscono alla fillossera di concludere il suo ciclo. A fine ottobre le viti vengono potate, poi interrate affinché possano ripararsi dalle rigidissime temperature dell’inverno: tutte le operazioni avvengono manualmente. Il miglior vigneto e più conosciuto è il Lou Lan, che prende il nome dalla “bellezza di Lou Lan”, una ragazza di venti anni, bellissima, morta prematuramente, mummificata e perfettamente preservata dopo 3.000 anni. Il Cabernet Sauvignon è di ottima fattura, addirittura mostra l’anno di vendemmia, cosa ben rara in Cina; il Sauvignon è perfetto nella sua rinfrescante e semplice freschezza. È complicato trovare questi vini al di fuori di qualche rivendita regionale (supermercato in primis), in internet non c’è traccia; d’altronde il Deserto dei Gobi non è facile da oltrepassare, nonostante la Silk Road (via della seta).

Vini del vento. Pantelleria è  un luccicante gioiello nel mezzo del Mar Mediterraneo, più vicina alla Tunisia che alla Sicilia. La costante climatica dell’Isola è sole e vento, un mix che può trasformarsi velocemente da positivo in negativo, soprattutto per la forza selvaggia e non controllata del vento. La parte fogliare della vite gradisce essere accarezzata dal vento, non “bruciata” dalla sua potenza;  gli acini gradiscono essere rinfrescati, per placare loro l’effetto scottatura, non certo per accendere indesiderati falò. Il Moscato di Alessandra, dicono importato dagli Arabi e da loro battezzato Zibibbo (per loro zibib è il grappolo), non disdegna il calore, l’arsura e nemmeno il vento, ma un minimo di protezione la necessità; eccolo allora scomparire all’interno di una conca scavata nel terreno, talvolta protetta da un basso muretto a secco, quasi a prendere la forma di una trincea viticolturale.
La pianta è quasi strisciante, il sistema di coltivazione è antico e lo stile è chiamato “alberello pantesco”. La versione enologica più diffusa è quella dolce, da uve appassite; quella secca è meno  diffusa ma la sua personalità organolettica si dischiude con una finezza di alto profilo. La testimonianza che il vento meriti onore e rispetto è racchiusa nel nome di uno dei vini più visibili dell’enologia pantesca, il Ben Ryè, che in arabo significa “figlio del vento”.

Vini di monorotaia. Alcuni regioni d’Italia hanno voluto mantenere la viticoltura anche se le loro conformazioni territoriali rendevano complicata la lavorazione, il riferimento va ai ripidi terrazzamenti che s’affacciano sul mare,  come, per esempio, in Liguria e in Campania. La difficoltà di movimento tra i filari, l’impossibilità di usare anche una minima meccanizzazione per muovere la terra e il pericolo di frane a seguito di eventuale abbondante pioggia hanno innalzato questi audaci vignaioli al rango di eroi: da lì è nata la “viticoltura eroica”. Però anche gli eroi, piano piano, si stancano, e soprattutto gli eroi non sono clonabili, per cui il rischio di estinzione se non sopravvenivano degli aiuti meccanici era davvero reale. L’impianto della monorotaia ha salvato queste piantagioni, ha aperto la mente a nuovi giovani viticoltori, e ridato linfa qualitativa e una prospettiva futura anche al vino. Si sono in questo modo salvate le coltivazioni del Vermentino nella Riviera Ligure di Levante e nelle Cinque Terre; si sono salvate le uve Fenile, Ripoli e Ginestra e oggi possiamo deliziarci degustando Furore dalla Costiera Amalfitana. Questi vini per anni hanno vissuto sull’orlo dell’oblio, con perdita di qualità per ritardate possibilità di vendemmia; oggi salgono su carrelli di terza classe, non hanno le comodità di Italo o del Frecciarossa, ma sfrecciano con adeguata velocità dalla vigna alla cantina, sferragliando e inondando di rumore metallico i pendii e le creuze, ma conservando finalmente un patrimonio viticolo d’inestimabile valore monetario, ma ancor di più affettivo.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)