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mercoledì 20 aprile 2016 11:30:00

C’era anche questo alla degustazione celebrativa dei 50 anni del Vinitaly, alla quale hanno presenziato oltre 200 sommelier. Vigna Monticchio è – lo sanno tutti – un Torgiano Denominazione di Origine Controllata, Riserva, prodotto e imbottigliato dalle Cantine Lungarotti. Si tratta di una fusione eno-alcolica tra uva sangiovese e canaiolo, e Monticchio (per chi non lo sapesse) è la vigna in cui vegetano quei vitigni. Il Rubesco Monticchio 1977 è un vino che trae la propria essenza dal vetro, anziché dal legno, è nel silenzio della cantina di Torgiano che plasma la propria sostanza, volontariamente fissatosi in un’evoluzione di clausura quasi decennale. Questo sangiovese così fragile, così tenero, tanto per onorare il Prévert più puro, è anch’esso purezza di colore, di un rubino ancora birichino a dispetto del tempo e della parte disperante dell’evoluzione di un resistente rosso granato. Luccica di limpidezza, ma volge al criptico in consistenza. Meravigliosa è l’estensione floreale, tremante di viole appassite, caldo e vivo nello sciroppo del frutto (ciliegia), e poi beffardo in spezie: liquirizia, pepe nero, anice stellato e chiodo di garofano. Un profumo supplicante di eleganza, ai margini di un bosco asciugato nella calura estiva. Tutto s’alza nell’impatto liquido, il sorso si fa violento come un bambino sorridente, e nella sua silenziosità gustativa c’è ancora del tannino, un tannino da amare, un tannino che grida con voce fioca la litania della sua succosità fruttata, del suo essere condito da spezie e minerali, da foglie di tabacco e da coccole di alcol. Finissimo nello spessore liquido, diventa crudele quando s’allunga nella persistenza gusto olfattiva, tanto da chiudere con scalpellinanti elegie rocciose e ferrose, in un palcoscenico che serra la propria tenda accompagnato da un’ovazione senza fine.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)