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venerdì 22 novembre 2013 16:00:00

Non è certo con l’estensione viticola della doc Scavigna che la Calabria trova la propria dimensione enologica, è semmai il Cirò quello che numericamente impone la sua figura nel panorama locale, nazionale e oltre.

Però rispetto al Cirò il ventaglio dell’espressione qualitativa dello Scavigna è meno dispersivo ed è più facile trovare dei punti di riferimento e sfruttarli per definire una diversa linearità nella cura dei passaggi che costruiscono la qualità.

Lo Scavigna Doc Vigna Garrone prodotto dai vignaioli Odoardi è un vino che affina decisamente le punte della qualità del territorio e di un certo modo di comporre il prodotto.

La conferma l’abbiamo avuta con la degustazione del Vigna Garrone 2004. Sì, proprio la vendemmia 2004, a cui c’eravamo accostati con un po’ di diffidenza, sempre seguendo una scia enologica di quei vini di stampo meridionale che tassellano la loro struttura gusto olfattiva con un’eccellente dose di alcool e colori scuri e impenetrabili e imbarazzanti ventagli odorosi.

Nel vino troviamo in maggioranza uva Gaglioppo (80%) abbinata e Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot e Nerello Cappuccio

Vigna Garrone 2004 è d’impatto un’imperiosa liquidità consistente, con abito dall’effetto cromatico pienamente granato, e pienamente scuro è la massa antocianica, la cui integrità di colorazione riesce a ricamare dei merletti totalmente porpora: una gradevolissima sorpresa ottica. Il profumo poi è da manuale. La sosta sul bevante si fa lunghissima, vista l’articolata e ampia varietà di profumi che avvolgendo le ciglia olfattive danno come un senso di estatico stordimento. Evitiamo per scelta di elencare i riconoscimenti olfattivi perché diventerebbe come fare un inventario, come annotare una lista della spesa, perché sono così tanti da diventare asetticamente interessanti.

Cercheremo di raccontarvi il senso di questo profumo, che è completamente ascrivibile al bouquet del vino, in modo diverso. Le sfumature odorose nella loro intensa espressività si assorbono le une con le altre, come se  volessero sciogliersi implodendo e allo stesso tempo si allontanano da loro stesse, poi si ricompongono con una nuova linfa e con nuovi colorati profumi, ma soprattutto si allungano scrollandosi di dosso i fantasmi del loro passato di pubertà vanigliata e innescano un ingranaggio aromatico in cui ogni dente del meccanismo rotativo è un punto di eccellenza per il profumo che offrono al degustatore. Supremo!

Il vino resiste alla “masticazione palatale”  senza offrire attriti tannici o amarognoli, il suo volume liquido crea una stratificazione di gusti e sapori con effetto calorico e succosità fruttata completamente spostata su sciroppo, marmellata e frutta gratinata, però saporita, come fosse condita con pepe. È ancora dispettosamente tannico, anzi un po’ civettuolo, si gioia di questa potenza inattesa vista l’età: dimostra molto meno dell’età che ha.

Nel complesso questa raffinata e birichina tannicità gli trattiene la lunghezza del finale di bocca e lo frena nell’ascesa agli scalini più alti dell’olimpo enologico.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)