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mercoledì 11 settembre 2013 16:00:00

Strettoia è un nome che dirà pochissimo ai lettori di nuova generazione, forse coloro che hanno vissuto l’epopea della Versilia vera, sapranno che Strettoia è ubicata in quella che gli irriducibili chiamano Versilia Storica e che include Seravezza, Pietrasanta, Stazzema e Forte dei Marmi: si avete letto bene, non c’è Viareggio.

Non è facile scollegare la Versilia da spiagge, bikini, pinete, night sensation e illusioni emotivamente sensuali, anzi guai a staccare questa spina. La Versilia è quindi mare, gossip (basta leggere le riviste dei chiacchiericci), pesce fresco e una certa eleganza calata o adeguatasi alle diverse gradualità dei ceti vacanzieri.

Tutto viene in mente e tutto si può pensare della Versilia, come credere erroneamente che la sua cucina sia prettamente marinara e che non abbia una tradizione enoica.

Quest’anno m’interessa il “nuovo” vino della Versilia Storica.

Lo fanno a Strettoia, un sofferto e fatato lembo di vigneto incastonato tra 450 e 500 metri slm, con esposizione sudovest - sudest.

Dire vino di Strettoia, e soprattutto dire Strinato, perché così si chiama il vino che racconterò,  è gettarsi a fondo nel passato, è incunearsi nell’opera narrativa di Lorenzo Viani, che queste colline ha raccontato con tormento e furore anarchico: «Le colline rosseggiavano come alte fiamme… Gli uomini risciacquavano, al pozzo colmo d’acqua chiara, i cesti usati per la vendemmia. Un odore frizzante di vino nuovo, come profumo di violette, si spandeva per l’aria».

I territori raccontati da Lorenzo Viani nel 1915 non sono cambiati, le colline sono ripide, scendono dal Monte Folgorito e prima di affondare nel fiume Versilia danno spazio al cuore antico del vigneto versiliese: un cuore che Katiuscia Sacchelli (Azienda Agricola l’Altra Donna) sta rigenerando.

L’Azienda Altra Donna ha cantina in Via Strinato a Strettoia (LU).

Strinato Costa Toscana Zero Solfiti è un vermentino in purezza, ha vegetato nelle terre cantate da Viani, è un vino nato con un occhio a quella primordialità enologica che queste terre non hanno ancora digerito. Ha fermentato sulle bucce, ha fatto la malolattica, ha avuto una decantazione statica, non ha visto legno, e chiaramente è zero solfiti.

È un vino che mostra gli splendidi segni di una sofferenza enologica già nel colore, niente cessioni alla brillantezza, la tinta oro arancio sfuma in toni leggermente nebulosi. Ha profumi lontani dal suo essere vermentino: paglia appassita, albicocca disidratata, fiori gialli, frutta tropicale. Bene il gusto sapido con volume liquido intrecciato in una sensazione tra  il glicerico e il mieloso. Ha una corrispondenza gusto olfattiva complicata, non è per spiriti novelli, bisogna essere in possesso di un’interpretazione della filosofia degustativa a doppio binario, da un lato ancestrale dall’altro siderale.

Se dovessi riprendere dei legami con la letteratura che ha raccontato i valori e le sofferenze di queste terre, direi che è un vino legato a una dialettalità enologica, un vino che rifiuta di essere raccontato con gli aggettivi della modernità linguistica, beato della propria apuo-versiliesità.

D'altronde chi ce lo ha suggerito è un personaggio che la Versilia l’ha odorata tutta, l’ha osservata da angolature marinare e montanare, l’ha fatta amare e l’ama con raffinatissima nonchalance. Anche lui è un Viani, e si chiama Lorenzo, niente a che vedere con quel Viani pittore e scrittore di razza. Di razza lo è anche lui, ma come ristoratore.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)