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giovedì 24 novembre 2016 12:00:00

La terra è da vino, lo intuirono anche i Romani, ma prima che la viticoltura si saldasse alle abitudini agricole e diventasse un perno della tradizione ne passò molta di acqua lungo il fiume Duero. Ci vollero secoli prima che qualcuno si decidesse a smettere di fare vini in stile “clarets” per scimmiottare il Bordeux; la linea di demarcazione tra vecchio e nuovo può essere stabilita nel 1982, anno del riconoscimento geografico, mentre la prima produzione di vino della Bodega Vega Sicilia avvenne cento anni prima.

Il viaggio che ha portato a creare la miscela dei vini dell’attuale Vega Sicilia Único è stato un po’ travagliato, perché l’azienda s’era creata un coacervo di vitigni francesi, dal carménère al malbec, dal petit verdot al cabernet sauvignon, fino a coltivare anche il pinot nero, senza però rinunciare alle classiche rosse come garnacha tinta e tempranillo. Come molte aziende vitivinicole spagnole per molti anni furono più spine che rose e solo con i reimpianti tra 1990 e 1996 fu data un’impronta di intelligente modernità che ha spinto il Vega Sicilia Único fin sulla punta dell’iceberg enologico di Spagna e oltre.

“Único” è un Ribera del Duero DO, annata 2000. È una equilibrata fusione tra cabernet sauvignon (7%) e tempranillo (93%), altrimenti detto tinto fino o tinto del país. Il sistema produttivo strizza l’occhio al nuovo e al vecchio uso del legno, francese e americano, con un tempo di permanenza che può superare anche i sei anni, per poi insistere in vetro anche fino a tre. La lunga sosta stabilizza una vivacità di colore che sorprende per toni cromatici tra granato, rubino e cremisi, pur con stretta fusione antocianica. Il cabernet energizza di note erbacee mentolate il fruttato (mirtillo, mora e dark cherry) del tempranillo; l’apporto del legno è dosato al misurino e condisce la complessità di chiodo di garofano, pepe nero e vaniglia, mentre la sfera minerale si incunea nella terra da tartufo nero e humus. Gusto con effetto d’acidità saporosamente fresca, come mordere una ciliegia al giusto punto di integrità fruttata, così quel poco di preziosa tannicità che il cabernet apporta si lima con la sosta in legno e crea un gioco d’una consistenza liquida che dà struttura e bilanciamento. Il finale riesce a impressionare per una lunghezza lunghissima, stratosferica ed elegante. Alla domanda perché “Sicilia”, niente lo collega all’isola, ma al campo di Cecilia; invece “Único” non ha bisogno di spiegazioni: semplicemente lo è.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)