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lunedì 16 dicembre 2013 16:30:00

Quest’affermazione ci viene spontanea dopo la lettura di un report del Financial Times, solitamente una fonte di informazione attendibile.

Ai primi di dicembre è stato pubblicato un report sulla coltivazione delle uve, sulla produzione e sul consumo di vino, con dati attinti dall’OIV.

Ne scaturisce uno scenario complicato, per certi paesi un po’ drammatico, per altri euforicamente imprevedibile, poi nei rivoli delle notizie si intuiscono possibili progettazioni di strategie e programmazioni nuove e mirate in fatto di formazione ed educazione alla degustazione del vino.

Dal report si evidenzia che le grandi nazioni del vino come Italia, Francia e Spagna marcano un  risultato dalle valenze interpretative molto intricate.

Cominciamo dalla produzione di vino. [x 1.000 hl, il 2013 è ancora in fase di stima]

 

 

FRANCIA

ITALIA

SPAGNA

USA

ARGENTINA

CHILE

CINA

AUSTRALIA

SUD AFRICA

GERMANIA

2000

 57.541

 51.620

 41.692

 21.500

 12.537

 6.674

 10.500

 8.064

 6.949

 9.856

2013

 44.082

 44.900

 40.000

 22.000

 14.984

 12.281

 14.880

 13.500

 19.954

 9.011

 

Subito un dato salta all’occhio, il vecchio mondo del vino perde pezzi, forse perde vigneti e con questo anche la produzione. E il consumo? Anche quello perde pezzi.

Lo specchietto sottostante riporta il consumo di litri pro capite.

 

 

FRANCIA

ITALIA

SPAGNA

USA

RUSSIA

CHILE

CINA

AUSTRALIA

UK

LUSSEMBURGO

2011

 46,40

 37,90

 21,30

 9,00

 7,90

 17,40

 1,20

 23,60

 20,50

 49,80

2000

 58,30

 53,90

 34,80

 7,11

 3,20

 14,21

 0,64

 19,87

 15,35

 62,00

 

E anche qui si può notare che le nazioni Europee sono in regresso di beva, eppure il mercato mondiale è in crescita, grazie al crescente ardore per il vino di Russia, USA e Cina; taluni paventano un po’ di carenza di prodotto in futuro, altri invece non si preoccupano perché nazioni come Australia, Cile, Cina e Sud Africa hanno esteso le coltivazioni della vite e ancora sono in ampliamento.

Ciò che interessa a noi è l’Italia, e alcune delle analisi che fanno Jancis Robinson e Valentina Romei non trovano rispondenza  con la quotidianità italiana che noi ben conosciamo. Finché si tratta di numeri niente da eccepire, ma quando l’estensore dell’articolo afferma «che i giovani consumatori di vino del Sud d’Europa sembrano meno attratti, distratti da bevande come birra, spirits e soft drink, e che per molte persone di cultura Latina-Europea frequentare un corso sul vino diventa bizzarro come studiare patate», bene in questo caso c’è qualcosa di contorto nel ragionamento, a dimostrazione di una approssimativa attività di indagine.

L’Associazione Italiana Sommelier prospetta un 2013 in ripresa di partecipanti al corso, e di questi la stragrande maggioranza sono giovani; e poiché a conti fatti, l’AIS colloquia di vino, forma e istruisce in modo sequenziale, attraverso le attività sui territori, oltre 35.000 soggetti ogni anno, non c’è peggior modo di inquadrare il nostro stato culturale.

Non vorremmo avessero pensato che l’aver ridotto il consumo pro capite (da 53 a 38 litri in dieci anni) significhi forzatamente disaffezione.

Noi in questi ultimi dieci anni abbiamo educato al vino oltre 100.000 persone con il corso base, e 600.000 con le attività territoriali, e se contassimo i numeri delle associazioni similari il dato salirebbe ancora.

Non sarà mica che in Italia si beva meno ma molto più qualitativamente, perché checché ne dicano i nordici, il nostro livello medio di qualità non ha rivali al mondo, e certi fronzoli pseudo qualitativi sono stati messi da parte, forse per l’esportazione in quei nuovi paesi a cui manca del tutto il perché del vino, e vi si avvicinano per atteggiarsi a sofisticati, a modaioli o a occidentalizzati?

Due dati fanno riflettere.

L’Italia è passata da un volume di vino esportato nel 2000 di hl 14.675.000 a 21.536.000 nel 2012, il che tradotto in percentuale è un + 47%.

In fatto di consumo ne facciamo fuori 23.000.000 hl, che sommato a 21.536.000 dà un risultato di 44.536.000 hl, per cui se non importassimo qualcosa resteremmo a secco.

Infatti nel 2000 importavamo 565.000 hl, nel 2012 abbiamo incamerato 2.923.000 hl, e questi non sono dei bulk wine.

Ci piacerebbe che chi scrive dei dintorni del vino italiano fosse meno gratuitamente stilettante. Voler fare effetto punzecchiando il vino italiano crea sempre dell’appeal, però punzecchia oggi, punzecchia domani, magari si rischia di prendere l’ago dalla punta e non dalla cruna.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)