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venerdì 23 gennaio 2015 11:30:00

Era il 1519 quando Francesco I, re di Francia, introdusse il vitigno romorantin nei territori circostanti il Castello di Romorantin: assonanza non casuale. Siamo nel dipartimento del Loire-et-Cher. Questo vitigno non ha avuto fortuna nell’emisfero viticolo francese, è riuscito con molta fatica a resistere nel comprensorio della sua nascita, ha superato con molta difficoltà il periodo della fillossera ed è riuscito a custodirsi in appena 60 ha in quella che è diventata l’AOC Cour-Cherverny nel 1993. Secondo l’università di Davis, il romorantin è un crossing tra gouias blanc e pinot, lo stesso che ha prodotto lo chardonnay, però qualcosa è andato un po’ storto, perché non ha l’appeal di quell’uva e nemmeno la mineralità. Fatto sta che adesso sta vivendo un po’ di notorietà, spinto da questa rivalsa del raro, dell’autoctono vero, del natural e della pianta da salvare.

Romorantin è solo qui: così si vantano i pochi vigneron che lo hanno in custodia e fra questi c’è capitato di incontrare Laura Semeria. Laura è nata a Imperia, la sua famiglia produceva olio extravergine di oliva. Durante gli studi in scienze dell’alimentazione a Milano è attratta dal vino, di cui sente un particolare feeling al palato. Nel 1997 inizia il Corso per Sommelier dell’Associazione Italiana Sommelier, fa seguire un’esperienza di sommelier e poi si dedica al marketing. Nel 2006 s’innamora perdutamente di un terreno a Cheverny e di un vitigno oscurato e innocente come il romorantin. Da qui nasce Terra Laura (32 Route de Fougères, Cheverny) e il suo vino, etichettato Cour-Cheverny Domaine de Montcy.

Il romorantin è un vitigno ostico, scontroso, gradisce suolo con silicio e argilla, ama il clima fresco e va messo a dieta prima della vendemmia. Laura lo raccoglie agli inizi di ottobre, lo fermenta in acciaio impiegando i soli lieviti presenti nel vigneto, a fine fermentazione aggiunge SO2 per evitare la malolattica e lo lascia per 18 mesi sulle proprie fecce fini.

Il Cour-Cheverny che abbiamo degustato è stato il 2010, un vino dal colore brillante, luccicante, immacolato, tutto un paglierino irradiante. L’espressione olfattiva miscelava note vegetaleggianti con frutta tropicale, in un connubio di acerbità ancora ben marcata se non si sta attenti alla temperatura di servizio, che non va trascinata a 10 °C.

Allora, intorno a 13-14 °C,  ecco fiorire la camomilla, un po’ di ginestra, un rinfrescante tono di frutta tropicale: tanto ananas. Infine si riesce ad avvertire anche qualcosa di aromatico, del tipo di erbe: timo e un po’ di basilico. Al gusto è ancora soggiogato da una pienezza acida, non ruvida, ma molto saporita, come d’una susina gialla appena sfiorata dalla maturità. Ben integrata è anche la parte sapida, che è più partecipe nel frutto che nel minerale, e poi veramente interessane è l’alcol: solo 12°.

Questo ne fa un vino da bere, forse quest’annata manca di profondità minerale e gusto olfattiva, forse è troppo presto il momento in cui lo abbiamo degustato, comunque ha un volume liquido in cui c’è della consistenza acido/sapida, che lo sbilancia in durezza. Ciò ci fa pensare a un recupero di lunghezza di bocca con l’affinamento in vetro, perché, a detta di Laura, il suo romorantin inizia a darsi dopo gli 8 anni: e noi ci crediamo!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)