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lunedì 15 ottobre 2012 14:15:00

Tre cose eccellono nell’Extremadura: il birdwatching, il jamón iberíco e i ciliegi in fiore, a primavera, nella Jerte Valley.
Per i curiosi degustatori e sommelier italiani non è certo una regione della Spagna su cui fare affidamento per acquisire elementi di esperienza nei vini spagnoli.
Eppure qui c’è una ruralità enologica che vale la pena di raccontare e, se capitate in questa splendida parte di Spagna, anche da degustare, magari stuzzicandovi l’appetito con alcune tapas.
L’imputato enologico è il Pitarra. Pitarra è in realtà il nome di una piccola giara di terracotta. La tradizione enologica dell’Extramadura è di raccogliere le uve, vinificarle (fermentarle) per uno o due mesi anche in contenitori di terracotta più grandi, agitando spesso la massa, e a fine fermentazione travasarlo in un’altra giara e darlo a bere, spillandolo direttamente dal contenitore.
Tre le tipologie di Pitarra prodotte: rosso, bianco, rosato. Due le caratteristiche che accumunano le tipologie: alcool elevato e limpidezza non perfetta. È vino del tutto artigianale e familiare,  con caratteristiche qualitative così disomogenee da scombinare i canoni della degustazione se raffrontiamo una Pitarra con un’altra. Le uve che sono usate passano dalle sconosciute Alarjie e Borba, al più famoso Pedro Ximénez, dal Bobal alla Garnacha per finire con l’Aragonés (alias Tempranillo). Un metodo più naturale, artigianale e inzuppato nel segreto knowhow tramandato di padre in figlio, non credo esista nel mondo vitivinicolo. Certe Pitarra sono riempite con vino svinato dai contenitori più grandi nei primi giorni freddi di dicembre, poi vengono chiuse con carta kraft pressata dal coperchio di terracotta che lo si fissa lateralmente (tutt’intorno) con strisce di gomma e lasciate a riposare per alcuni mesi, sino al momento della vendita: 33 € a cántaro (cioè 16 litri di vino); e questa è la versione più costosa.
La cosa più strabiliante in questa operosità enologica è che talvolta si forma la flor, e allora il vino spicca verso l’alto in volo organolettico, unico e non ripetibile. Il bianco Pitarra è il più prodotto, però non aspettatevi le tanto osannate profondità minerali, nemmeno se lo degustate in miniera riuscirete a convincervi o autosuggestionarvi. È gradevole perché è tradizionale e non è detto che il tradizionale sia gradevole, di sicuro il suo calore disidrata e la sintonia con la durezza del suo territorio è completa. La produzione si basa sulla quantità di resa per ceppo e una miscelazione random delle uve; non aspettatevi nemmeno concentrazione, ma una neutralità aromatica che può occasionalmente schiudersi in frutta a pasta bianca nella versione in bianco e ciliegia nella tipologia rosso. Infine la morbida neutralità dell’alcool e della glicerina.
Samuel Arroco fa il Pitarra rosso e d’estate lo trasforma in “tinto de verano” (rosso d’estate), miscelandolo con la soda e uno spicchio di limone. In questo modo lo equilibra con l’alcool e lo rinfresca con il limone. Ma Samuel è andato oltre, ha prodotto anche un 100% Cabernet Sauvignon e un 100% Chardonnay in completo stile nuovo mondo enologico. Quindi il tocco finale, la chiusura ermetica della Pitarra e una fermentazione non completata crea un po’ di spuma, un leggero pétillant al vino spillato ed ecco nascere lo “Champagne di Pitarra”.
Per quanto riguarda il servizio del Pitarra, il bicchiere richiesto è quello senza stelo, a forma di vaso, ma dal vetro liscio, temperatura di bodega.
L’abbinamento consigliato è con le tapas e Samuel Arroco ci suggerisce una sosta dalla “Pitarra del Gordo” a Plasencia in Extremadura, dove si offre una tapas e un bicchiere di Pitarra a 1,20 €: muy barato!
Un Pitarra… cento illusioni di fare vin… E una di queste è fare Champagne.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)