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giovedì 1 agosto 2013 10:15:00

Nel 1486 Torquato Tasso così cantò l’Etna: …e i duri sassi alpestri accende e tinge/inceneriti in mar gli rota e spinge/quasi tonando in guisa il fier rimbomba/da l’infiammata e spaventosa tomba.

A Solicchiata tutto è sasso alpestre, duro e ispido. Lo sono i terrazzamenti, lo sono le rasole adattate a mano che collegano con scalini, anch’essi di pietra lavica tagliata, i vari terrazzamenti, e poi i depositi di pietra (le torrette) creati dallo scasso del terreno, per finire con i muretti a secco, cesellati con maestria e che segnano il confine dei vigneti.

Le radici di queste vigne assorbono l’anima del Mongibello, ne succhiano l’essenza minerale e sulfurea, si insaporiscono e si rendono uniche.

Fu nel 1800 che la viticoltura trovò il proprio magma evolutivo, vista la grande richiesta di vino, e immaginarono che quel clima e quella posizione geografica fossero ideali: e Solicchiata è una di queste fortunate combinazioni.

Poi  vennero gli anni dei ripensamenti, molta mano d’opera si allontanò dalla terra, parte dei vigneti rimasero in balia dell’incuria ed esposti dell’aggressione di altre piante.

Qui a Solicchiata i Faro sono una famiglia dal cognome autoctono, per anni non hanno mostrato molto interesse per la vigna, poi s’accese una scintilla una decina di anni fa e adesso sono una delle bandiere enologiche di questo terroir aspro e fatato. La famiglia non si è fatta incantare dai richiami dei nobili varietal, scelsero le uve di qui:  Nerello mascalese, Nerello capuccio e Carricante. Infine il nome dell’azienda, Pietradolce, che vede una felice attinenza letteraria con quel che scrive Marino sulla natura bifronte dell’Etna: ispida pendice… frondeggiar verdeggiante d’arbori eccelse… arida e arsa/mille torbidi globi/di fervidi vapori in alto essala.

E di eleganti vapori organolettici si può parlare per i vini di Pietradolce, come l’Archineri Etna Rosso da Nerello Mascalese coltivato ad alberello. Il 2010 ha tinta rubino, ma è nel profumo che si esteriorizza il legame vino-vulcano. L’impatto olfattivo è di pietra nera bagnata, di conturbante fumé con fondo d’asfalto, poi quei fiori seccatisi al caldo delle pendici, quei piccoli frutti d’un sottobosco incontaminato. I suoi tannini sono caldi (forse si può dire?), succosi di mirtillo, con sapidità da vendere.

Impressiona molto l’Archineri Etna Bianco 2011. Sola un’uva, il Carricante, la cui anzianità è tra i 100 e i 120 anni; il tronco è davvero contorto e geme nello spremersi in qualche grappolo. Ne esce un vino dorato e biondo, assolato. Intensi e ampi sono i profumi di frutta esotica, come di mango insaporito di succo di dolce limone, poi di fiori sia bianchi che gialli, spicca la ginestra o meglio la ginestra spinosa (alastra) e un venato amarognolo di dente di leone. L’acidità ha in sé la purezza di un fruttato pomaceo, una granulosità minerale che è rara cogliere nei vini, un finale lungo e sapido, una chiusura all’aroma di un’arancia di Sicilia appena tagliata.

Riprendendo Marino e il suo racconto sulla natura dell’Etna, questo vino è un frondeggiar verdeggiante d’arbori… di fervidi vapori in alto essale. Che sia stato il vino che Proserpina (beltà divina) sorbiva nel rifugio sceltole da sua madre Cerere: quel “Gibel” dall’erta malagevole e scoscesa? Certezze non ce ne sono, ma sospetti tanti.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)