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giovedì 14 agosto 2014 09:30:00

Il Rum rappresenta veramente il vero “spirit”, anzi lo spirito vero?

Una domanda che ancora non trova risposta, per uno spirit (all’americana) che ha viaggiato attraverso il gusto e le sbronze di tutte le classi sociali della civiltà, dallo schiavo all’imperatore. Un dato storico particolarmente espressivo è quello di averlo visto scolare da donne caraibiche ben prima che l’Europa al femminile si avvicinasse a certi civettuoli distillati.

La distillazione è conosciuta ben oltre i 5500 anni fa,  già gli Egizi la praticavano, sebbene non per ottenere alcool ma essenze medicinali e profumi. Verrebbe da pensare che sia in parallelo con vino e birra, e il diavolo di quella distillazione non può che essere il Rum.

Il Rum ha un’anima ribelle, non tanto per la facilità con cui lo si può saldare ad atti e azioni famigeratamente poco politicamente corrette, ma per l’indole rum-oreggiante che la letteratura gli ha affibbiato, con quello straordinario canto piratesco che si legge nell’Isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson.

«Quindici uomini sulla cassa del morto
io-ho-ho, e una bottiglia di rum!
la bottiglia e il demonio han pensato al resto
io-ho-ho, e una bottiglia di rum!»

Dicevamo che il Rum è un distillato famigerato, dalla fama cattiva, che però attira, perché tutto ciò che è borderline o dark down under un certo fascino lo crea.

Wayne Curtis – notoriamente un appassionato di spirits, di taverne e luoghi pericolosamente e  straordinariamente alcolici – l’ha sintetizzato con un senso di amorevole eccitazione etilica.

Il senso del suo articolato racconto ci dice che nel corso di quattro secoli il rum s’è completamente trasformato, da liquido (seppur alcolico) versione broda da maiali o sbobba da tracannare per poi pulirsi una barba incolta e puzzolente con il dorso della mano sinistra – perché la destra mai molla il boccale – è passato allo status di distillato chic, sciccoso, tanto da effeminarsi in versione cognac. La sua evoluzione l’ha portato dalla beva vicino al canale di scolo o alla grondaia di una puzzolente taverna alla grande sala d’arazzi addobbata.

Mai si era visto in passato bere il rum in vetri soffiati, semmai direttamente dal barilotto, con un ramaiolo di legno che sbavava d’alcool dappertutto: tra Rum e Cognac l’abisso era negli improperi, nelle imprecazioni, nelle bestemmiate allucinazioni e in ampie gonne dai colori delle piume dei pappagalli e dalla pelle profumatamente di colore creolo.

Giorni addietro, in piena calura  tirrenica, ci hanno fatto sbollire l’afa salmastra con un Rum distillato a Saint-Lucia, un’isola delle Piccole Antille.

TØZ Gold è un blend di più distillati invecchiati, tutti prodotti con alambicco in rame con sistema continuo, poi fanno allevamento in legno bianco americano e prima dell’assemblaggio finale fanno anche un passaggio in botti dove c’è stato il Porto.

Il colore è brillante di ambra con sfumate striature rossicce.  Il profumo riesce a equilibrarsi nella competizione con l’alcool, dominano sentori di uvetta appassita in guazzo d’alcool,  ha un po’ di spunto creamy e vaniglia, tabacco dolce e nocciolina arrostita. Al palato l’effetto morbido non dà spazio al grip del legno, ha una scivolosità oleosa, avvolgente e un po’ piccata in alcool. Piace il finale di brown sugar e caramello.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)