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venerdì 1 febbraio 2013 09:30:00

Da qualche anno che c’è un rinnovato fermento intorno al vino Lambrusco, quindi sembra giunto il momento di interrogarsi su questo vino,  che potrebbe essere la sorpresa dell’estate 2013.

Leggendo Giosuè Carducci si resta un po’ stupiti nel constatare che il primo premio Nobel italiano per la letteratura fosse un appassionato di Lambrusco, nonostante la permanenza bolgherese.

Forse c’è un’attinenza tra il carattere selvatico e ribelle, che gli amici assegnano alla sua personalità, e la  ribellione simpaticamente selvatica del vino Lambrusco: ribelle frizzante in tempra seccamente acidula, ma succosamente fruttata.

Il Lambrusco è un vitigno che ha percorso un viaggio ultra secolare, che porta direttamente (ma non scientificamente) a ricordarsi che i Romani chiamavano le viti selvatiche, labrusca vitis, quelle piante che crescevano naturalmente ai bordi dei campi coltivati a cereali o ad altri prodotti vegetali. Non sembra esistere correlazione o rapporto tra la specie Lambrusco e il selvatico, se non nel gusto del vino che sbeffeggia le austerità, le complessità “barricate” e le strutturalità tanniche degli eno-monumenti del vino rosso d’Italia.

Questo gusto, non nuovo, ma migliorato moltissimo negli ultimi cinque anni, perché allontanatosi dal brusco competere in durezze tra l’acidità aspreggiante e una CO2 che diventava un po’ arida per presenza di metabilsolfito, questo gusto – dicevamo – incontra e ammalia già molti degustatori e molte guide hanno posato gli occhi su questa forza frizzante dell’Emilia.

Oggi molti vini Lambrusco hanno una veste meno trasparente, un colore accattivante, di un porpora scuro contornato di viola o di color vinaccia, hanno un profumo che s’è scrollato di dosso certe neutre aperture fruttate e s’è convinto di voler essere decisamente foriero di offerte intensamente fruttate e floreali, non variegate, ma molto espressive in semplicità e purezza. Al gusto spesso ha personalità coinvolgentemente succosa, di frutti spremuti: ciliegia, lampone e mora di rovo.

L’occasione per pensare nuovamente al Lambrusco ci è stata fornita dall’enologo Luca d’Attoma che, per l’azienda Casali Viticultori di Scandiano, ha curato la linea dei frizzanti e il vino su cui abbiamo avuto l’occasione di confrontarci è Pra di Bosso, Lambrusco Reggiano Dop, Secco, Vino Frizzante (Montericco, Marani, Salamino le uve). Sconvolge e attrae al momento dell’entrata nel bevante la formazione di una spuma coloratissima, viola e buccia di ciliegia, una spuma che sale compatta e cremosa insieme, che irradia l’iride di calde colorazioni. Bello e dannato è il profumo, freschissimo nel suo fruttato spremuto, anzi frullato (ciliegia di Vignola, lampone, mora e finale di mirtillo). Un po’ di violetta e di peonia danno il giusto tono elegante all’insieme aromatico. È gradevole soffermarsi a cogliere le ondulazioni olfattive del suo frutto. Si potrebbe dire che ha il gusto lambrusco, cioè non brusco, né selvatico, non cremoso e un po’ ribelle, in altre parole fresco e frizzante, giustamente rinfrescatosi nel proprio frullato di frutta dal gusto natural. È piacevolissima la sua aggressione “secca”, di un gusto non dosato né affievolito da residui zuccherini, un gusto che scioglie le parti più incisive di una maturità fruttata ancora in divenire. Si può pensare come integratore eccelso di un piatto di salumi, di primi piatti anche semplicemente pomodoro e basilico, di zuppette di pesce, di buffet di antipasti, o – perché no – di un bel buffet di aperitivo, e di tanto altro, basta inventarselo.

Sono lontani gli anni in cui Francesco Guccini si lamentava del fatto che il Lambrusco fosse considerato un “non vino” da chi non è emiliano. Oggi il Lambrusco è orgoglioso del suo gusto celtico e del suo nome dialettale: lambrósch. Quel maledetto toscano di Curzio Malaparte lo definì il più garibaldino del mondo, il più libero e il più italiano dei vini. Forse per questo ritorno di italianità dopo il 150°, forse perché Reggio Emilia ha tenuto a battesimo il tricolore, forse perché avremo bisogno di briosità nel prossimo futuro, ecco che il Lambrusco (rosso e frizzante) ha tutte le potenzialità per essere il vino della prossima estate… e non solo!

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)