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venerdì 17 ottobre 2014 16:30:00

Quelli che! Quelli che lo conoscono, il Sangiovese in Toscana, sanno benissimo quali sono i passaggi olfattivi e gusto olfattivi che il vino riesce a costruire nel suo percorso evolutivo in vetro. Infatti, è molto infrequente che la traccia visiva sia marcata da un’impronta di fitta tessitura cromatica, mentre il profumo tende a illanguidire la propria potenza giovanile, e in quello sciogliersi al cospetto delle primavere che trascorrono si deve fare finissimo e delicato.

Riserva Poggio al Vento 1990 Brunello di Montalcino, Col d’Orcia, in bottiglia magnum si presentava in bella mostra all’assaggio. Ventiquattro anni orsono l’andamento climatico in vigna non fu così sfortunato come quello appena concluso, una vendemmia di cui sentiremo parlare con toni molto dismessi. Invece quel 1990 già in molti, negli anni addietro, lo hanno collocato nella scala gerarchica dei punteggi con un voto di 93/100.

A ottobre 2014 il vino, lo diciamo subito, non mantiene quel punteggio, e ci chiediamo perché?

Eppure il colore, ancora oggi, è perfetto, di una tinta riccamente granato senza cessioni e ammiccamenti ad alcunché di aranciato (è questa è già una sorpresa). Quindi colore in salute, integro, senza sgranatura nell’unghia. Il vino Sangiovese ha un’evoluzione olfattiva molto ben tracciata, il suo sentiero non consente di prendere scorciatoie, così come non permette di fare strane circonvallazioni, anche se lo si alleva in barrique. Più di altri vitigni, il vino che se ne ottiene ha una linearità evolutiva al profumo (uso del legno a parte) e che può sintetizzarsi in una complicanza olfattiva che prima offre tutte le varietà del mondo fruttato, poi floreale e infine minerale. Queste si miscelano e si separano con entusiasmante appagamento olfattivo.

Questo Riserva Poggio al Vento 1990 mantiene i tre paradigmi della personalità dell’uva calata nell’attualizzazione dell’odierno degustativo. È immediato nel minerale, come solo il grande sangiovese sa essere, un minerale che non si impone all’olfatto ma che si riconosce e si apprezza per la propria disponibilità a dare spazio anche agli altri. Piace il suo tono odoroso di pietre da massicciata di ferrovia, quella vaga – e quindi imperfetta – nuance di ferodo, come d’odore di materiali d’attrito; piace l’intervento impreziosente della viola mammola  appena raccolta e messa a mazzolino e poi posta la lato del giaggiolo, lì dove il paniere di ciliegie appena raccolte a piena maturità attendono di passare in frigo. E poi spezia leggerissima, però à gogo, nel senso più puro di quella accezione tanto di moda nel ’60 del diciannovesimo secolo, cioè di divertimento, piacere, in questo caso olfattivo. Solo il miglior sangiovese  riesce a fondere quel minerale nel floreale e a completarlo con ciliegia, mora e prugna; allo speziato lasciamo un ruolo di servitore comprimario. Palato con tessitura di damasco di seta, lungo e insistente il tratto morbido e saporito, poi arriva la pressione tannica, dall’effetto cingolato senza creare attrito; un tannino ballerino, alla Nureyev, si muove tra le papille, le circuisce con eleganza però le avvisa di una presenza ancora in via di smaltimento. Nel finale il frutto si fa meno primizia, si arricchisce di zucchero e marcia lento lungo la via di una persistenza lunghissima e molto attinente con i profumi diretti. Un vino che urla al mondo che c’è sangiovese e sangiovese. Infine torniamo a quanto scritto nel primo paragrafo, al punteggio. Lo abbiamo anticipato che non possiamo confermare il 93/100, peccato! Lo passiamo direttamente a 97/100.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)