Associazione Italiana Sommelier

 

Treviso-Yerevan andata e ritorno

Statistiche

  • Interventi (1678)
  • Commenti (0)

Archivi

giovedì 13 settembre 2012 12:15:00

Chiariamo subito che non si tratta dell’apertura di una nuova linea aerea commerciale tra l’aeroporto Canova e quello di Zvartnots, la distanza temporale tra le due città, (Yerevan è in Armenia) resta quindi molto lunga. Eppure queste due città hanno trovato un punto di congiunzione, un po’ come accade quando le città siglano i gemellaggi, e l’hanno trovato nel vino.
Quando si parla di Armenia, oltre a tornare alla mente il drammatico genocidio, il pensiero indietreggia fino agli albori della nascita della civiltà umana e vitivinicola, e plana  sulla sommità del Monte Ararat (5.165 mt) e a Noè che vi si incagliò con l’arca durante le fasi finali del diluvio universale. Il racconto va oltre e penetra nella genesi della vite, perché Noè scendendo dal monte, ad acque ritirate, decise di piantarvi la vite (vitis vinifera silvestris) da lui custodita nell’arca, per cui da lì dovrebbe essere rinata la viticoltura: così recitano le cronache. La storia è un po’ più precisa e ci riporta al VI millennio prima di Cristo, periodo in cui far risalire la presenza e l’uso di grappoli d’uva a Vagharshapat; mentre recenti scavi, nel 2007, hanno portato alla luce degli edifici destinati a produzione di vino e datati 3.900/3.700 a.C.
La cronaca del 2012 è meno leggenda. Dopo un lungo periodo di tribolazione vitivinicola, che vide l’Armenia ridurre la propria estensione di piantagione ad appena 7.000 ettari tra la prima e seconda guerra mondiale, il riconoscimento dell’indipendenza del 1993 ha fatto progredire la viticoltura fino a raggiungere i 30.000 ettari.
Se interpretiamo Treviso sotto l’aspetto storico, il suo viaggio a ritroso arriva molto indietro, e lo fanno risaltare come villaggio paleoveneto di epoca preromana; quindi al pari di Yerevan un certo blasone se lo porta sul petto, forse un po’ meno sotto l’aspetto ampelografico.
Le due città si sono inventate un gemellaggio molto particolare, quello varietale.
Lo scambio di cultivar vede protagonisti il trevigiano Raboso del Piave e l’armeno Areni noir.
L’Areni noir può essere considerato uno dei più antichi vitigni del mondo, qualcuno, nell’eccesso di entusiasmi etilici, ha affermato che è il diretto discendente di quella vite che Noè piantò lungo i pendii del monte Ararat. Di sicuro è un vitigno restato immutato per molti secoli, non è stato sconvolto dalla fillossera e l’isolazionismo agricolo e colturale dell’era sovietica l’ha mantenuto intatto nel proprio genoma. Alcune aziende hanno addirittura riportato in vita delle piante da vigneti abbandonati dal XIII secolo. Degustare il vino Areni è un po’ come bersi la storia. La tradizione enologica ne fa spesso un vino dall’incerta intensità fruttata, tra l’altro lavorato in giare interrate, o addirittura con l’aggiunta di resina. Lo stile moderno di vinificazione, che prevede passaggi in acciaio, in Karas (anfora), barrique francesi e barrique di legno armeno, lo rende brillante nel colore rubino, fruttato, leggermente speziato, con volume gustativo espresso nei tannini maturi, acidità al sapore dei frutti rossi, un equilibrio che si compone velocemente e in finale mediamente lungo: potrebbe rassomigliare a un Pinot noir.
Il Raboso è invece un vitigno meno antico e con un blasone meno arcaico. Ha patito la lunga onda ampelografica dell’introduzione di quei vitigni che il mercato richiedeva, ha rischiato di essere spodestato dal suo alveo naturale a cavallo degli anni sessanta, poi s’è ripreso e gli è stata data giustizia con il riconoscimento DOCG a partire dall’anno 2011. E quel «vin rouge Malanotte di Tezze» raccontato da Foerster nel 1855, oggi ha perso quel “rabioso” che nel dialetto simboleggia un vino rabbiosamente acido e astringente, dal carattere austero, regale, rustico e forte; vuole legno per arrotondare l’asperità acido/tannica e appropriarsi di speziato e dolce tabacco.
L’Areni noir e il Raboso del Piave non hanno quindi niente in comune, sono distanti organoletticamente, eppure si sono gemellati con entusiasmo. È accaduto il 13 luglio 2012 con l’iniziativa “Viti di Noè” e vede coinvolte Treviso e Yerevan. Novecento barbatelle di Areni noir sono state piantate a Tezze di Piave e il Raboso del Piave affonderà le radici nel suolo del monte Ararat.
L’attesa per quello che accadrà crea già curiosità e la Scuola Enologica Cerletti di Conegliano è già in preallarme per la vinificazione, che avverrà tra qualche anno, con l’ausilio delle più avanzate tecniche; mentre in Armenia il Raboso sarà prodotto con i più tradizionali e antichi sistemi, anfora inclusa. Chissà se avranno intenzione di sperimentare anche una cuvée? Per restare informati su questo tema c’è una soluzione semplice, stile CNN: stay with us!

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)

https://aisitalia.it/treviso-yerevan-andata-e-ritorno.aspx