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venerdì 14 agosto 2015 09:00:00

Oremus Tokaji Eszencia 2003, gradazione alcolica 9% vol. Un bicchierino di Eszencia è un ritorno quasi Asburgico, a quell’Ungheria del XVII secolo strapazzata dalla guerra tra Austriaci e Ottomani.

Qualcuno dice che fu a causa della guerra che Lászlo Maté Szepsi, predicatore Calvinista, in carica come direttore di un vigneto a Oremus, fu costretto a non vendemmiare, l’uva restata in vigna fu infettata dalla botritys e una volta raccolta, ammostata e fermentata generà un vino dolce.

Tokaji Eszencia lo si ottiene son solo uve con muffa nobile, il succo è frutto della sola autopressatura della bacche botritizzate, ciò che si ottiene è un densissimo sciroppo la cui fermentazione non riuscirà a concludersi, sarà lentissima, e può creare un vino con appena 5% di alcool, anche se ce ne sono versioni particolarmente rare con alcol intorno al 2%.

Dopo due anni c’è un primo assestamento del vino, il resto lo farà un botte e dopo una decina di anni è gioiosamente spendibile.

Ciò che fa sì che il vino non si perda in una deflagrante dolcezza (250 g/l) è il carattere acidamente rustico del furmint, un’uva che riesce a trattenere moltissima acidità anche se raccolta con la muffa.

Ebbene questo Oremus Tokaji Eszencia 2003 (92/100) è un’ode al dolce, anche il colore lo sembra, una tinta dalla compattezza brillante senza pari, un’ambra luccicante, preziosa: una pietra vera. L’impatto olfattivo è molto discreto, pur essendo pienamente intenso è discreto, perché foriero di un equilibrio tra miele, frutta candita, fiori gialli appassiti, confettura di mango. C’è un delicatissimo tocco di zafferano, di pan brioche e una sfumata sensazione che ricorda la torta Camilla.  Chiaramente è dolce e pastoso in morbidezza, l’alcol sta in disparte; i primi 5-6 secondi sono un tourbillon di sciropposa dolcezza, poi – nello sciogliersi – s’alza un pizzicore tra il bordo della lingua e le guance, s’allarga pian piano e va a fondersi con il dolce, nella loro reciprocità di stemperano l’un l’altro creando un perfetto equilibrio, edificando un lunghissimo finale di bocca raffinato e non convenzionale di dolce sapidità minerale.

È un vino che si potrebbe sorbire dal bevante senza sorseggiarlo, ma tirandolo su con un cucchiaino da tè, tanta è la sua sostanza mielosamente liquida. In Ungheria c’è chi dice di impiegarlo sul gelato di crema oppure di melone, di pesca, di yogurt e di panna e infine lo usa anche come combinazione di abbinamento. A conti fatti possiamo concordare.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)