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martedì 18 luglio 2017 12:15:00

“Lo chardonnay in California nel 1970 aveva un profumo neutro”. Non lo diciamo noi, lo dicono le nuove generazioni dei wine-maker della costa ovest.

Per questo motivo iniziarono a trarre compiutamente tutti i vantaggi dalla specificità del territorio, in primis quella maturazione del frutto che avrebbe creato un vino ben profumato e ricco di espressività.

I passaggi interpretativi da allora a oggi sono evidenziati nel numero di tre.

1) Gusto secco fatto con stile antico, però più controllato, come se fosse rivisitato.

2) Influenza francese in cantina con uso di malolattica e barrique.

3) Linearità gustativa più magra nella sostanza per tendere a un differente equilibrio, questo è il nuovo.

Old Style. Il contatto con le bucce è quasi assente per cui niente vi apporta, non c’è malolattica, no bâtonnage, uso di legno vecchio e neutro in tostatura. Lo stile è quindi non tostato e non burroso, per un profumo dominato da note citrine, con un’acidità comunque non aspreggiante che compone un adeguato gusto secco, accompagnato da una generale saporosità fruttata e non lunghissimo finale di bocca. La via scelta: la semplicità di un friendly chardonnay.

Poi c’è l’old style rivisitato. Il 70% del vino fa malolattica in acciaio, poi lo si miscela con 30% di vino fermentato in barrique, però senza malolattica. La maggior ricchezza fenolica lo indirizza verso un profumo di frutta tropicale, ananas, mango, papaia, passion fruit; l’espressione del gusto è più ammorbidita dalla maturità della freschezza fruttata e il finale di bocca scivola via più lento.

Stampo francese. Barrique su barrique e totale malolattica. Nota tostata immediata al profumo, poi crema e burro, si sente il legno nuovo.  Il colore giallo, anche dorato, e anche concentrato, si stratifica. Il gusto si gonfia di sapori in piena maturità, con ritorno di dolce tostatura, e dà idea di gelatinosità acidula. Qualche volta il segmento finale della persistenza gusto olfattiva dà segno di stanchezza alcolica.

Poi c’è lo stampo francese rivisitato. Ancora barrique su barrique, totale malolattica però solo il 20% del vino la svolge in legno nuovo. La chiamano variante Borgogna. Secondo loro questo stile riesce a far esaltare il territorio. Ha comunque profumo di mela, pesca e albicocca ben mature, note di miele; la nota di legno si avverte ma non è esageratamente invasiva, non impera il flavor burro di nocciolina.  L’acidità riesce a restare molto sveglia, ravvivata anche dalla salinità, ne prende beneficio la lunghezza del gusto che comunque chiude con frequenza con un effetto di sonnolenta morbidezza.

Il nuovo chardonnay ha un motto: riequilibrare gli equilibri, partendo dalla Borgogna.
Il cambio è già in vigna, 9.000 piante/ha, anche con lo scopo di ombreggiare i grappoli. Si ricerca un’ampiezza dei profumi che sia espressione di delicatezza e non di potenza, ciò introduce nello spettro olfattivo dello chardonnay anche delle note erbacee molto rinfrescanti, come quelle delle erbette aromatiche, il tocco di verbena e lo spunto di finocchietto selvatico. Base di ciò è una fermentazione in barrique con malolattica svolta, poi dodici mesi di affinamento ancora in legno, però solo il 35% è nuovo, mentre il contatto con i lieviti fini lo si fa in acciaio per sei mesi, ma senza sospensione. Al gusto esce fuori la sponda salina piuttosto che quella agrumata, ne prende vantaggio la lunghezza del gusto e la saporosità complessiva.

Che dire? Lo diciamo con un vesuvianismo: ogni chardonnay è bello a mamma soja.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)