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mercoledì 13 aprile 2016 13:30:00

Alessandro Manzoni, che niente c’incastra con viticoltura ed enologia, nell’ode Il Cinque Maggio scrisse a un certo punto “dell’uom fatale”... “Fu vera gloria?” Il tono contemplativo della domanda fa virare l’attenzione verso una statura morale di Bonaparte, più che sull’epopea terrena del condottiero.

Ron Washam, che non è il Manzoni e non vuol esserlo, scrisse il 6 aprile 2015 sulle pagine on live di Tim Atkim “think of terroir as God”(pensare al terroir come Dio). Chiaramente siamo di fronte a un’intelligente provocazione giornalistica che può trovare un buono spunto contemplativo, tanto da riallacciarlo al paragrafo d’apertura per affermare, con tutto il dubitativo del caso, è vera gloria il terroir? Molte, troppe, definizioni circolano intorno al terroir, continua Washam, tanto che se qualcuno non ci crede può andarsene dritto all’inferno (enologico).

Ogni tanto alcune riflessioni su certe ridondanti parole del vino è opportuno farle, e terroir, al pari di ematico, minerale, croccante e retrogusto si meritano un’attenzione smitizzante.

Una delle più accettate e sintetiche definizioni di terroir è racchiusa nella filiera di suolo, clima, microclima e geograficità del vigneto, annettendo in ciò l’altitudine, la pendenza e via dicendo, cioè tutto ciò che fa quel vino unico, inteso però come inconfondibile piuttosto che eccellente.

Quindi se terroir non è garanzia di eccellenza, e non lo può essere, spesso diventa una scappatoia nella descrizione del vino, quando quel birichino non propone l’essenza del raccontare il proprio essere fruttato, floreale, erbaceo, aromatico e vegetale, per cui disperdendosi in varie sfaccettature di neutralismi olfattivi, magari con raggomitolati profumi intrecciati tra tostatura, legno e spezierie, nasconde e/o confonde le derivazioni profumate del processo produttivo, il profumo secondario. Il degustatore, colto da ansia da descrizione, si vede scivolare verso un non sense linguistico, s’impenna dall’alto di un’esperienza poco partecipe in razionalità e conclude: profuma di terroir. I francesi ci hanno marciato tanto che il nuovo mondo del vino, per distinguersi, coniò antiterroirist.

Spesso accade che l’estremizzazione dei concetti porti a un punto di congiunzione tra specifico e generico, e la mancanza di solidi riferimenti avvalora la qualità del generalizzare per problematiche di tipizzazione.

Non è facile stabilire se il terroir è da intendersi piccolo, piccolissimo o esteso in termini di geografia, così come non è vero che piccolo è super e grande non lo sia. Se dovessimo dibattere sul terroir finiremmo in un labirinto dove tutto è verità una volta che ci si addentra, mentre tutte le complicazioni le incontriamo nel tentativo di uscirne. In ultima battuta se l’uso del terroir è un’azione organoletticamente difensiva, il suo valore si nebulizza, soffiato via dalle sue stesse incertezze di identità, e una di queste non certezze è davvero allarmante perché tutto è terroir e un altrettanto tutto non lo è: d’un vino si può udire che non c’è il fruttato, non certo che non c’è terroir.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)