Statistiche

  • Interventi (1678)
  • Commenti (0)

Archivi

venerdì 8 agosto 2014 16:00:00

Da quando il mercato della chiusura delle bottiglie di vino ha accettato l’uso di plastica, vetro, tappi a vite e annessi, s’è instaurato un dibattito che non ha ancora trovato la parola fine. Purtroppo sul banco degli imputati c’è finito il tappo di sughero, il quale ha la naturale colpa di essere così puro come prodotto, che qualche contaminazione rispetto a materiali inerti bene o male se la può anche prendere.

Per secoli tutto è scorso liscio, l’accettazione di queste contaminazioni facevano parte del “rischio” d’apertura, con una percentualizzazione delle problematiche che non è mai stata allarmante.

Una cosa è certa. Un “grande” sughero salvaguarda il vino e la sua evoluzione, mentre un sughero “non grande” lo contamina.

La qualità di questa corteccia protettiva del Quercus Suber è andata scemando nel corso di questi decenni e non si sono riusciti a dare una spiegazione, mentre la popolarità delle chiusure alternative (sintetiche e a vite) è cresciuta.

Il cuore della questione sta tutto nel tempo di produzione del sughero, che ha bisogno di circa 50 anni, per cui la ricerca di un rimedio a questa decadenza di qualità è in un velocizzante stadio di progressività.

L’industria afferma che uno strato sottile di corteccia ha canali lenticolari che fanno penetrare aria, e quell’essere trattenuta all’interno inciderà poi sulla volatile del vino e su altro.

Chi fa sughero sa benissimo quando il prodotto è di grande qualità e quando non lo è. Tutto sembra dipendere da una serie di geni che subiscono gli stress ambientali, se aggrediti da temperature molto elevate, se soggetti a siccità e all’esposizione ai raggi ultravioletti.

In altre parole, il cambiamento climatico in atto è uno dei responsabili di questo decadimento qualitativo dell’amico sughero.

È il povero albero che fa? Niente! Per ora è costretto a subire l’aggressione, anche perché la natura sa difendersi, ma la reazione non avviene mai in tempi brevi.

L’industria del sughero sembra si stia indirizzando nella ricerca di qualcosa che faccia da scudo ai raggi UV, ma uno stato di accusa è anche quello della velocizzazione della crescita dell’albero.

L’albero ha bisogno dei suoi tempi di crescita, così come il vino che sarà destinato a proteggere. Se la produzione di corteccia viene velocizzata, quel sughero velocizzerà anche l’evoluzione del vino che andrà a tappare. Questa teoria è affascinante e pericolosa, però la spacciano come quasi certa.

Una lentissima crescita tiene serrate le cellule del sughero, quindi più strette si modulano meno propense sono a far aggredire il loro DNA dai micidiali raggi UV, d’altronde non sono ancora riusciti a pensare a uno scudo termico tipo occhiali da sole.

A questo punto si sta andando, secondo i biologi dell’Università di Lisbona, verso una rigenerazione delle piante, cambiamenti climatici permettendo e combattendo. La ricerca si sta spostando nella dimensione genetica, per selezionare piante di cui si è certi che la qualità della corteccia (sughero) sarà garantita a livelli d’eccellenza.

Ciò detto, tutti coloro – e sono tantissimi – che vedono come un’onta alla storia quel ventilato passaggio dal tappo di sughero a chiusure alternative, ebbene possono stare tranquilli. Così come possono dormire tra due cuscini coloro che con i sugheri ci fanno i portachiavi a ricordo di una grande ed emozionante bottiglia, o quelli che compongono quegli stupendi quadretti, ancora chi li usa per gli addobbi natalizi, perché bene o male un sughero griffato è una testimonianza dell’eternità del vino, perlomeno come memoria. E scusate se non è poco.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)