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mercoledì 2 aprile 2014 16:00:00

Starbucks? E chi sarà mai, dirà qualcuno! Veramente per un italiano può essere così la risposta, perché Starbucks in Italia non c’è.

Ecco alcuni numeri. Starbucks ha più di 20.100 location nel mondo, negli USA se ne contano 11.500.

Starbucks vende essenzialmente caffè e prodotti da essi derivati, come cappuccino, frappuccino, drip-coffee o the new vanilla macchiato; in accompagnamento si possono avere dei dolcetti, qualche salato, dei sandwiches, a seconda dello stile del locale, che è impostato come una caffetteria senza servizio ai tavoli.

La spesa media da Starbucks è negli USA di 5 dollari, il suo fatturato si aggira sui 13 miliardi di dollari, la sua sede è a Seattle, però presente in 59 nazioni.

Fino al 2010 non aveva mai pensato di inserire un’alternativa al caffè e affini, poi l’indagine interna ha evidenziato un rallentamento di vendita nella parte della giornata che inizia dalle ore sedici.

Starbucks è un modo di interpretare la sosta del bere molto particolare, perché nonostante le suppellettili o gli ausili del bere siano minimalisti (esistono bicchieri di cartone e simili per bere), ha creato per prima le condizioni di collegarsi con il mondo con un free WI-FI, offrendo spazi per sorbire le bevande in compagnia del proprio computer.

È partito pertanto l’esperimento birra in alcune selezionate location, poi nel 2012 si è agganciato anche il servizio del vino.

L’esperimento nei 26 locali prescelti ha dato buoni frutti, e in questo il management ha intravisto un incremento di fatturato in un segmento della giornata altrimenti molto sofferente.

L’idea è di intercettare quel mercato di bevitori pre-cena, molto attivo in Inghilterra, ma affatto da non da trascurare negli States.

Va detto anche che il management della Starbucks non ha intenzione di offrire un’ampia carta dei vini, infatti i primi esperimenti sono stati condotti con il Malbec e lo Chardonnay: due vini chiaramente alquanto fashioned negli USA.

Indipendentemente da ciò, il fatto di voler allargare l’esperimento ad altri locali ha destato molta attenzione tra i media statunitensi, ne hanno parlato Usa Today e Chicago Tribune.

Di certo il lettore italiano che conosce Starbucks e in cui forse si è contro voglia rifugiato per un caffè sufficientemente potabile, in assenza di valide alternative, saprà come valutare questa notizia.

In fatto di mercato si intravede invece la possibilità di creare un nuovo modo, una nuova condizione di sorbire vino e/o birra, con una convivenza di prodotti ottenuti da chicchi di orzo, di caffè e di uva: tutto ciò sembra straordinario.

Ecco il quadretto.  Londra. Interno giorno, luci media luminosità, sedie e tavolo di legno color marrone scuro, nessuna tovaglietta. Al banco caffè tre commessi, quello che prende gli ordini è norvegese (è a Londra per studio), dietro la macchina una ragazza di colore, viene dalla Nigeria, sta in un college a studiare economia aziendale, infine c’è ne uno che sembra supervisioni il lavoro, è di origine greca. Al tavolo d’angolo una signora londinese è in centro per delle commissioni, abita a Golden Green, sta bevendo un big cappuccino insieme all’amica di Murdoch Street, che invece ha optato per un Teavana Tea.

Subito accanto un fricchettone della city cerca di odorare un Syrah Australiano mentre il caffè che sta macinando esonda tutto il proprio effetto tostato nel locale, la sua sinuosa collega con le scarpe con i tacchi a spillo sta lottando con un bicchiere di Sauvignon della Nuova Zelanda, e mentre lo degusta (anzi tenta) non sa se le fa più male il piede sinistro  (già fuori dalla scarpa) o l’ebrezza di un soffio di vaniglia del nuovo macchiatone con panna cioccolatata che si insinua nel rinfrescante profumo di lemongrass del vino.

Ecco in Starbucks in futuro questo diventerà normalità e forse anche una moda così trendy che sbarcherà anche in Italia. Che dire? Peccato?!?!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)