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martedì 6 agosto 2013 15:00:00

In qualunque modo si rigiri questa frittata, o meglio questa sparkling frittata, sarà utile che anche gli inglesi si mettano l’animo in pace, perché i loro “nuovi” vini rifermentati in bottiglia, pur con tutta la buona volontà di volerli considerare eccellenti, e alcuni se la immaginano solo quella magica parola, sarà opportuno che evitino di volersi paragonare allo Champagne.

Eppure le notizie e le affermazioni che circolano tra gli English sparkling wine-maker e/o wine producer vanno pericolosamente nella direzione di una sostenibile paragonabilità.

Altre zone del mondo vollero o ci si trovarono coinvolte, quel confronto. L’Italia ci ha sofferto per alcuni anni prima che decidesse di darsi un proprio tono produttivo e puntasse fermamente sul terroir; il Cava non si è mai scomposto più di tanto, era partito addirittura con le uve locali e solo dopo le ha adeguate con lo Chardonnay e il Pinot nero. Se parliamo invece di Sekt, questo ha un mondo e un mercato a se stante, tutto rivolto a est.

Gli inglesi invece si sono buttati sul confronto degustativo, organizzano sessioni per cercare di mettere l’Union Jack davanti al tricolore di Reims.

Ogni volta che qualche sparkling, di rimbalzo e/o di rinquarto, gli passa avanti, giù commenti, lodi e glorificazioni; poi snocciolano i numeri per evidenziare il progresso percentualizzato della vendita degli sparkling inglesi, magari sono passati da 1000 a 2000 bottiglie, e giù ondate di pessimismo sui futuri numeri dello Champagne.

Per ora lo Champagne non si scompone, anzi guarda al futuro al modo Inglese, di quando l’Inghilterra dominava su tanti territori d’oltre mare e non solo, attuando un’espansione che dopo aver portato le Maison a giocare con le bollicine nelle Americhe, ora le sta facendo brillare anche in Cina.

Pur di farsi largo gli inglesi tirano in ballo spesso il cambiamento climatico, che datano 1950-1960, ribadiscono la linea di continuità del gesso tra il bacino parigino e il loro sud, e poi convocano degli esperti inglesi e degustano, degustano, e ri-degustano per dare un award dorato a qualche cuvée.

Finalmente qualche produttore sta capendo l’antifona e si sta gettando sulla sponda dell’uguaglianza del metodo e della differenza del profilo organolettico.

Al pari di altre realtà frizzanti, sarà utile che decidano di comprendere che le complessità dello Champagne sono difficilmente raggiungibili, invece lo spirito di un accattivante fruttato, d’una freschezza succosa e molto beverina, d’una mineralità da combinarsi con sapori di mela, pera, susina bianca e gialla, ribes bianco e uva spina, anziché con la grassa sapidità della frutta esotica e tropicale (Champagne docet). Questa linea potrebbe essere alla lunga vincente, ma non per dare una gomitata alle stelle della Marne, ma per dire: ci sono anch’io!

Il prezzo di vendita sta addirittura diventando un ostacolo, al pari dello Champagne, e ben al di sopra nei nostri – più espressivi – Franciacorta, Trento e Oltrepò, e pure del redivivo Alta Langa.

Questo approccio molto londinese nel prezzo elitario potrebbe giocare più avanti a favore anche degli italiani, perché se con i loro sparkling gli inglesi convincessero gli inglesi che c’è dell’altro (ed è diverso) oltre allo Champagne, quel costo così ascensionale potrebbe dare spazio alle qualitative aspirazioni dei prodotti italiani. Per ora siamo ancora costretti a resistere.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)