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venerdì 21 agosto 2015 09:45:00

L’espansione del frizzante non sembra trovare ostacoli nel biennio 2014-2015, tutte le bevande (alcoliche) con l’anidride carbonica sono in crescita, e quando si dice CO2 non se ne esclude alcuna, quindi birra, vino e… sidro. A parte il boom e ancora boom del Prosecco, a cui si sta accostando il Moscato (e questo è un  bel segnale), c’è  anche un boom molto particolare, che sta facendo discutere un po’ tutto il mondo del pensatori (oltre che bevitori) sparkling, ed è quello delle cuvée de prestige di Champagne. Questo pezzetto di mercato, caratterizzato da sempre da produzioni limitate e non costanti, e da prezzi alti, sta da qualche anno, zitto zitto, progredendo, imponendosi nella nuova mentalità di beva dei consumatori anche extra europei, recuperando parte del gap che lo distanziava da certe versioni top quality (e top price) dei vini fermi. Harper.co.uk ha iniziato un’interessante riflessione su questi prodotti. La base di partenza è semplice. Sono state prese in esame le cuvée de prestige Dom Pérignon, Cristal e Grande Année Bollinger e si sono accorti che negli ultimi venti anni sono state prodotte più cuvée de prestige che nei trentacinque anni precedenti. Qualcuno ha iniziato a evidenziare che le Maison affermavano che le cuvée de prestige erano prodotte solo in annate eccezionali. Adesso il concetto s’è allargato, visti i triplete di uscita delle cuvée, per cui si sta discutendo sul significato di “annata eccezionale”, ormai passata a 8 su 10. Tutto sembra nascere tra il 2001 (troppo poca maturità) e il 2003 (troppa maturità), due annate che qualche guru del giornalismo definì non idonee a fare cuvée de prestige. Guarda caso Dom Pérignon usci con i due millesimi e Cristal con il 2003.  Che qualcosa stava cambiando lo si intuì alla presentazione del Dom Pérignon 2003, quando Richard Geoffroy, chef de cave e wine maker, disse che era un’assurdità aver paura della maturità dell’acino in Champagne e ancor di più ritenere che è impossibile fare una cuvée de prestige con l’uva “matura”. Ciò ha spiazzato un po’ tutti e ha innescato un dibattito tra Maison e vignaioli, i quali hanno rimarcato che la cuvée de prestige deve restare uno Champagne raro, frutto e conseguenza dell’eccezionalità dell’annata, consci – loro – che certe potenzialità di selezione e tecnologia non gli appartengono. Il trend è in controtendenza, la rarità per gli Champagne de prestige non esiste più. Il mercato sta richiedendo con insistenza questo prodotto di lusso, le Maison sono immediatamente salite sul treno (Dom Pérignon conta oltre cinque milioni di bottiglie) e la frenata produttiva non è prevista. Ci sarà solo da vigilare che il livello qualitativo oscilli quel minino imputabile alla personalità climatica dell’annata, perché qualche sospetto già s’è insinuato nel pensiero degustativo, per quella legge non scritta del mercato che recita: più volumi, meno volume. A buon intenditor poche parole: così ci va di chiudere la riflessione.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)