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martedì 26 febbraio 2013 15:30:00

La rilettura di un articolo di Nicolas Wade apparso sul New York Times (on line) nel gennaio del 2011, ci ha dato l’imput per dettagliare alcuni aspetti.

L’autore parla curiosamente di mancanza di sesso tra i vitigni, citando una ricerca dell’università di Cornell prodotta dal genetista Sena Myles.

In sostanza afferma che questa ridottissima attività sessuale tra i vitigni avvenuta nel corso degli ultimi 8.000 anni potrebbe mettere in pericolo molte piante, minacciandone la salute e mettendo a rischio il futuro piacere degli enofili, perché ci sarebbe anche una diluizione dei costituenti qualitativi. Myles ha esaminato i genomi di migliaia di vitigni e ha riscontrato che il 75% delle uve in circolazione nel mondo sono imparentate, addirittura fratelli o sorelle, o loro bimbi. Così affermando egli riconduce tutte le uve a una larghissima e aperta famiglia.

Myles asserisce che l’uva, dal suo addomesticamento, ha avuto poco spazio riproduttivo o di allevamento, perché i sistemi erano solo due, per propagazione da terreno o impiegando una radice già esistente (com’è accaduto dopo la fillossera). Ciò non ha prodotto coltivazioni diverse, semmai uniformi. Secondo Myles per rinforzare la salute dei vitigni esistenti è necessario ricombinare la creazione di nuovi genomi, attingendo dal DNA dei vari vitigni: insomma una procreazione assistita in provetta.

Le nuove combinazioni di vitigni che ne scaturirebbero provvederebbero a creare variazioni genetiche che aiuterebbero (a detta di Myles) un’evoluzione del lavoro per la pianta, in particolare favorendo una lenta maturazione, e non attirerebbe a sé animali e microbi non desiderati.

Questo odierno conservatorismo, che non è solo vegetale, ma ha anche un forte riflesso sul gusto dei consumatori di vino e sugli enofili, favorirà infezioni e malattie sempre più resistenti e obbligherà i vignaioli a usare adeguati strumenti per difendersi.

A questo punto Myles anticipa anche probabili vie di uscita: che sono tre. Aggiungere alle piante dei geni resistenti alle infezioni e alle malattie, cosa questa che cozza con i moderni consumatori di vino, molto sensibili agli OGM; la seconda ipotesi è allevare vitigni più robusti, più solidi. La terza via di uscita è sorprendente: tornare alla coltivazione organica della vigna, anche se è molto pericolosa per una pianta delicata come la vite.

L’articolo continua, e l’analisi che se ne può fare è che il tema è rivolto più all’aspetto produttivo per la salvaguardia della pianta, piuttosto che alla prospettiva di consolidare la qualità.

Questa è la sintesi della ricerca. Da parte nostra (AIS) non siamo certo in possesso di quelle competenze genetiche per esprime delle osservazioni su base scientifica, però qualche dubbio avremmo bisogno ci fosse chiarito. Non ci piace nemmeno quando si parla di creare geneticamente delle piante che abbiano il gusto dello Chardonnay o del Cabernet Franc, e che siano poi completamente diverse morfologicamente da quelle odierne.

Forse un certo interesse può suscitare il fatto che si potrebbero inserire nella vitis vinifera quei geni, resistenti alle malattie e alle infezioni, che sono presenti nelle numerose varietà di viti selvatiche; i ricercatori però non si sbilanciano sul mantenimento o meno della loro personalità gusto olfattiva.

Insomma se la ricerca genetica continua con questa asetticità intellettuale il tempo di trovarsi di fronte a un vitigno riprogrammato geneticamente è più vicino di quanto non si immagini, in dieci anni potrebbero uscire i primi prototipi.

Vorrà dire che dovremo abituarci a esigere il pedigree da ogni allevatore di uve.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)