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martedì 3 marzo 2015 16:30:00

La Ciociaria è avvolta in una naturale ovattata silenziosità, che – intendiamoci – non è sonnolenza, ma operosità: operosità vera, quella che è possibile toccare ogni giorno, giorno dopo giorno.

Noi che trattiamo principalmente vino, non possiamo dimenticare che l’agroalimentare ciociaro è eccellenza pura. Pensare ciociaro – gastronomicamente parlando, o sognando – riconduce all’Aglio rosso di Castelliri che irrora d’aroma sopraffino ogni pietanza se usato fresco. Oppure il Fagiolo cannellino di Atina, da bollire e condire con Olio Extravergine di Oliva Ciociaria  (moraiolo in maggioranza, poi leccino, frantoio e itrana). O ancora il Gran Cacio di Morolo, da latte vaccino, affumicato naturalmente con la combustione dei trucioli di faggio, che trova abbinamento con il Cesanese del Piglio dal tono odoroso floreale (iris e viola) e speziato (pepe nero), corredato da base fruttata (visciola), dal gusto in bilanciamento caldo/tannico, però insaporito da un freschezza al sapore di ciliegia.

Questi sono dei ricordi enogastronomici splendidi, che mancano da troppo tempo. Ebbene questi ricordi ce li ha stimolati una sambuca, la Sambuca Fina dell’Antica Fabbrica Liquori Colazingari. Si tratta di un liquore che l’azienda data come non databile, nel senso che la sua formula alchemica va a ritroso disperdendosi, non si è però dispersa l’essenziale e cruda personalità del liquore.

Non è la sambuca che ti trovi ogni dove, con quelle caratterizzazioni gusto olfattive che divergono più frequentemente per una dolce espressione sciroppeggiante, tanto da lasciare quasi un senso di zuccheroso glicerico nel finale di gusto; anche l’anice si mescola con quella sciropposità e perde quasi il suo raffinatissimo appeal speziato.

La Sambuca Fina dell’Antica Fabbrica di Liquori Colazingari è altra cosa, ma davvero tutta un’altra cosa. Intanto il colore, bello, brillante, di candido bianco vestito e soffusamente giallo pallido velato. Profumo sostenuto da un “legnoso” effluvio di anice stellato, che dà però spazio a sentori di verdi aghi di pino,  di semi di cumino, di timo, di nepitella e di scorza di limone. Ha un gusto destrutturato, per cui l’iniziale e naturale impatto dolce si lascia conquistare da una secchezza sorprendente, c’è quindi un volume liquido più sottile, offside da altre sambuca. È un dolce che non imprime un effetto appiccicoso, come fosse un impasto di glicerolo e saccarosio sciolto, la dolcezza della Sambuca Colazingari ha una dimensione saporifera “secca”, e questo è il controsenso della raffinata eccellenza di questo ottimo liquore. Lo abbiamo degustato anche non natural, cioè in versione “trighiaccio”; nel tumbler, con tre cubetti di ghiaccio, tre foglie di menta verde immacolate, e la Sambuca Colazingari, che bagnava per soli 2/3 i cubetti. Provare per credere.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)