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giovedì 2 maggio 2013 15:30:00

Navigando in rete alla ricerca di intuizioni o di anticipazioni delle tendenze di mercato si rileva con una certa frequenza un’attenzione per il vino rosato.

In Francia c’è un fervore enorme e la Provenza è decisamente all’attacco, non solo per consolidare un mercato già ampiamente acquisito, come quello degli USA, ma per aggredirne dei nuovi e saldarsi nel pensiero comune come la patria del rosato.

A ciò si aggiungono anche gli sforzi di regioni come Tavel e la Valle della Loira e pertanto si completa e concretizza in modo decisivo che il rosé sembra abitare solo in Francia.

L’Italia del vino ancora una volta non è in prima fila, e questa posizione non è visibile solo all’estero, ma è incredibilmente radicata anche al mercato interno.

Basta leggere le carte dei vini dei ristoranti italiani per averne conferma: di solito il numero dei rosati inseriti non oltrepassa i due vini, già tre sono un successo.

Anche osservando l’offerta dei wine-bar nel periodo degli aperitivi o delle apericene, è rarissimo che ci siano delle bottiglie di vino rosato in posizione di beva.

Se a qualcuno capitasse di fare un giro in Provenza, non perda l’occasione di visitare un’enoteca per verificare il diverso atteggiamento verso il vino rosato. Qui troverete bottiglie magnum, e anche di dimensioni più grandi, in bella vista, e l’aperitivo alla moda del Golfo del Leone è un bel bicchiere di luccicante rosato.

Non si comprende perché l’Italia, o quantomeno quelle zone vocate al rosato, sia un po’ latitante in questo segmento enologico, eppure il colore rosato ha un impatto cromatico più fresco, giovanile e accattivante rispetto al rosso; più incisivo, rilucente e fashioned rispetto al bianco. Insomma non ha niente da invidiare e nessun motivo per nascondersi.

Ci attendiamo qualche scossone da regioni come la Puglia, soprattutto dal Salento, visto il successo avuto al Vinitaly e l’appeal turistico che è riuscita a crearsi negli ultimi anni.

Secondo i rumors del dopo Verona qualcuno dovrebbe prendere in considerazione le potenzialità del territorio salentino, magari sfruttando le potenzialità delle uve Negroamaro e di Nero di Troia, e anche dell’eccellente Bombino nero. Queste se opportunamente maturate creano dei rosati dal colore teneramente luccicante, dai profumi intensi di fruttato, di freschi petali di fiori e non disdegnano anche di offrire della mineralità. Di questi rosati è da apprezzare quell’acidità che sprizza un’incisiva freschezza, dove il contributo all’equilibrio non è dato dal residuo zuccherino, ma da un dosato contenuto in alcool.

I possibili paragoni enologici sono riconducibili alla mediterraneità, da un lato la Provenza, Lirac e Tavel, e perché no, la Linguadoca; dall’altra la Puglia (tutta) e la Calabria, e quelle altre regioni del midi italiano che vorranno spostarsi su questa linea.

Tra gli assaggi di Vinitaly sono stati molto interessanti quelli del Saturnino delle Tenute Rubino, il Li Veli Igt Salento Rosato, Ferula Colle Petrito, Pungirosa di Rivera a Castel del Monte, Torrevento Castel del Monte e altri, anzi tanti altri: provare per credere!

C’è però bisogno di una rinnovata iniziativa per sviluppare, anzi caldeggiare, l’uso del rosato, soprattutto nella prossima estate. Giustamente raffreddato è spendibile dall’aperitivo, alla veloce insalata di mare, dal prosciutto e melone, dalla pizza ai mediterranei spaghetti al pomodoro…  o come dicono a Napoli, ca pummarola n’coppa.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)