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venerdì 6 aprile 2018 09:30:00

La Provenza ha definitivamente fatto uscire il vino rosato dal labirinto enologico e di mercato in cui era stato relegato, anche se non per un aspetto molto incisivo in termini di penetrazione commerciale (ma i risultati sono straordinari), perlomeno perché finalmente se ne parla. Tra i neo guru del rosato c’è la presidente del ”International Rosé Championship”, la signora Elizabeth Gabay MW. L’ultimo libro che ha pubblicato, “Rosè, understanding the pink wine revolution”,  ha alzato il sipario su un mondo  dagli scenari più complessi di quello che fino ad oggi è stato riservato, come pensiero, a questo vino.

La rivoluzione rosé della Provenza ha tracciato uno stampo enologico colorato di vino rosato dalla tinta tenue e chiara, spesso orientato ad ammiccare all’aspetto commerciale, di un semplice fruttato di fragola, lampone e pompelmo rosa che guida il consumatore in una facile beva, a tal punto che non deve nemmeno chiedersi il perché.

Un’analisi più approfondita evidenzia però un’ignoranza dilagante sull’essenza di questo vino, a tal punto che non appena dà cenni di evoluzione fruttata non lo si immagina più come in forma per la beva. Il dibattito in corso abbraccia due aspetti, quello del prodotto di nicchia e quello di una frequente standardizzazione che applica tutta la tecnica fruibile per produrlo, invece gli farebbe bene della naturalità, anche in versione organica  o biodinamica, con impiego di lieviti naturali in modo da staccarlo dal solito bagaglio odoroso.

Ciò potrebbe anche consentire di staccarsi dall’idea del tenue e passare al “cerasuolo” e al “chiaretto”  senza pensarlo ingiustamente un rosso mancato. Il rosato è vino, vino vero! Le sue gradazioni cromatiche sono moltissime, più del rosso e del bianco.

Al rosato non manca niente, nemmeno il potenziale di affinamento, perché un carattere sfumatamente ossidativo abbinato con una vibrante acidità gli fa recuperare un tono sapido/minerale che lo eleva nella sostanza gusto-olfattiva. Quindi il mercato del futuro nel vino rosato si potrebbe dividere nello stampo provenzale, rincorso un po’ dappertutto, a tutto mercato, e un nuovo rosato di e per una nuova nicchia, magari per un consumatore anche educato a questo vino, in modo che -come afferma Elizabeth Gabay- il sommelier del ristorante coinvolto nel suggerimento possa finalmente dire: “desidera un rosato un po’ riposatosi, oppure uno maturato in legno?”. Questo sarebbe il definitivo passo verso la consacrazione, e noi già lo stiamo attendendo.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)