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martedì 16 aprile 2013 15:00:00

Velier è un’azienda d’importazione di distillati, vini e altro, nata nel 1947, che sfruttando le potenzialità del porto di Genova irradiava i suoi prodotti principalmente nel nord Italia.

Nel corso degli anni si è via via più ingrandita e specializzata nel settore spirits e vini dal nuovo mondo, anticipando di fatto certe tendenze commerciali, oggi molto in auge.

Il progetto Triple A è uno di questi. Un manifesto d’intenti concettualizzato sul natural, sia nel modo di condurre il vigneto, sia nella vinificazione e poi l’allevamento in cantina. Una specie di ritorno al vino primordiale, ammesso che si possa parlare in questi termini, ma anche se così non lo si vuole interpretare ci si avvicina molto.

Infatti ci siamo imbattuto in uno di questi vini.

Rkatstitel 2010, Grand Cru Vineyard Tsarapi. Siamo in Georgia, il nome dell’azienda è Prince Makashvili.

Rkatsiteli White è un’uva antichissima, sembra risalente al 3.000 a.C., da sempre quindi residente in Georgia, dove i viticoltori hanno combattuto a lungo contro la sua predisposizione a mantenere un’acidità elevatissima, che si tradurrebbe in un gusto molto acidulo se la raccolta non avvenisse a metà ottobre.

La pianta gradisce il calcare, e così è in questo vigneto Tsarapi, dove la pianta riesce a produrre 20 hl per ettaro. Dopo una leggerissima pigiatura si effettua una fermentazione con raspi e bucce in anfora (le vasche da sempre usate nel territorio), della durata di sei mesi. Segue il travaso e poi l’affinamento ancora in anfora per 12 mesi, infine si imbottiglia.

Eccoci quindi agli inizi di aprile dell’anno corrente a degustare il Rkatstitel 2010, Grand Cru  Vineyard Tsarapi.

Il primo impatto visivo è tragicomico, la bottiglia ha all’interno un residuo di cristalli di sale dalla forma di un pezzo di anfora, è tanto solida questa massa abnorme che fluttua nel liquido.

Prima domanda: che si fa, si caraffa? Meglio di no, stiamo sul primordiale.

Solo i primi due bicchieri ospiteranno un vino limpido, il reso s’arrederà di onde via, via più sericee. È giallo paglierino rossiccio il suo colore.

Il profumo è stroncante, degno d’essere rappresentato dalle strofe che alloggiano nel girone infernale di Dante Alighieri.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura.  E il profumo di questo Rkatstiteli più che rinnovare, conferma la paura di non ritrovar fruttato e floreale nel corredo, bensì qualcosa di aspro e forte (meglio dire duro), come di roccia e ghiaia, di polvere d’esplosione in una cava calcarea, un intreccio odoroso di sale marino e di miniera, di deposito calcareo.

Quando si dice minerale solitamente si intende quel qualcosa, quel quanto basta, a impreziosire le ampiezze di altri aromi, in questo caso  sembra un viaggio odoroso nelle grotte carsiche.

Palato duro, contrastato e contrastante, ammaliante e fuorviante, evita accuratamente l’accostamento alla composizione di equilibri gustativi. È un vino equilibrista, dove la sinuosità vibrante della sapidità non dà scampo ad altri attori protagonisti (tannini inclusi);  sappiamo che è un ossimoro gustativo, però la sua declinazione gustativa è tanto salata quanto non fresca, dando comunque l’impressione di fresco pur comprendendo che non può (non deve) esserlo,  così da giungere all’ossimoro: sofficemente salino nella tannicità.

Un vino tutt’altro che facile, quasi un bacino sulfureo, ma non da solforosa, un effetto di carburo sia all’olfatto che al gusto, un vino che non si riesce a riportare dentro gli schematismi di un’indagine da griglia di degustazione a sviluppo logico: in fin dei conti è un vino dall’illogica logicità.

Suggerimento: da provare per volontaria follia (tanto per restare nell’ossimoro).

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)