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venerdì 19 dicembre 2014 16:45:00

Non è infrequente trovare un atteggiamento un po’ sospettoso nei confronti della Maison Moët & Chandon da parte degli innumerevoli nuovi connoisseurs del liquido sparnaciano. Molti partono da un assioma ormai vetusto e anacronistico, che i grandi numeri non sono propedeutici alla qualità, e spiega pure loro il significato di globalizzazione. Rovesciando la frittata (fritta peraltro male, senza olio extravergine di oliva), si arriva al controsenso di tutti i sensi, cioè che piccolo è bello, che il vigneron, sai…,  sì, ma che te lo dico a fare.

Premesso che per noi è solo il contenuto della bottiglia l’unico e indiscusso elemento che alimenta i giudizi, e che l’anonimato garantisce la purezza di ogni racconto organolettico, ci piace osservare che la Maison Moët è proprietaria di 1.200 ha di vigneto e acquista uve in altri 4.200, ciò la porta a sboccare 32 milioni di bottiglie, e scusate se è poco.

Questi numeri posizionano Moët & Chandon al primo posto per produzione nel mondo dello sparkling. Da qualche anno a Montaigu, sede della cantina, è stata installata una batteria di vasche e altre attrezzature oltre il limite più futuribile di un’avanguardia tecnologica che ha trasformato l’inimmaginabile in immagine enologica. Ogni anno la maison fa oltre 800 grandi cuvée d’assemblage con vini proveniente da vigne di 150 villaggi: così nasce il Brut Impérial, con un assemblaggio verticale espressione di una rigorosità enologica senza paragoni al mondo.

Anno dopo anno Moët & Chandon Brut Impérial se ne esce con la stessa fisionomia organolettica, senza scostamenti collegati alle variabili delle annualità, con un timbro enologico ben affrancato su alcune irrinunciabili linee guida, come porte poste su solidi cardini, che s’aprono senza cigolare. Come vuol essere Brut Impérial? Bolle fini. Note olfattive altalenanti tra sfumate grigliature di frutti con nocciolo e quei frutti che danno il meglio quando sono essiccati o tostati, l’intervento citrino al naso deve offrire uno spunto rinfrescante per collegarsi e scivolare in un gusto dall’effervescenza mai aggressiva, con un volume liquido che si avvale di un pizzicore addolcente e confortante, tipo pasta di frutta quasi dolce. Il finale di bocca non vuole essere lungo e sostenuto in mineralità, non nasce per questo, però s’impreziosisce nel non offrire scie di rustici ritorni amaricanti, spessissimo avvertibili anche nelle spettacolarizzate cuvée de prestige, però tutti vi soprassiedono.

Il Brut Impérial sfiora l’85% della produzione aziendale e tra il 2013 e il 2014 ci è sembrato che si sia verificata una nuova curva qualitativa nella cuvée, con un nuova spinta nella croccantezza del proprio fruttato, alcuni sbandamenti nell’equilibrio tra freschezza fragrante e tono d’appassimento si sono dissolti in un pulito bilanciamento della fusione gassosa. Verrebbe da dire: bentornato Moët! Non lo possiamo dire perché non se n’è mai andato.

À votre santé!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)