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giovedì 12 giugno 2014 13:30:00

La corsa all’oro e al west (quel far west pistolettaro dei cow boys e degli sceriffi) avviò la sua lenta conclusione a partire dal 1855.

Quando Samuele Sebastiani giunse nel west, nella Sonoma Valley, era il 1895, per cui non potette dedicarsi a scavare miniere o esplorare fiumi in cerca di pepite, non c’era più niente. Toscano di origine, di Farneta, decise di mettere a frutto le proprie esperienze agresti e dopo lunghi sacrifici nel lavoro in cava, nel 1904 riuscì a comprare terra e si gettò sulla viticoltura.

Nacque quindi la Sebastiani Winery, e subito si impose nella valle e nei dintorni, giungendo anche a rifornire i locali di San Francisco.

Oggi l’azienda originaria non è più della famiglia Sebastiani, però con Sam Sebastiani e Robin Sebastiani s’è ritagliata la boutique La Chertosa, in ricordo della certosa di Farneta e fa vini da uve zinfandel, sangiovese e chardonnay.

L’omaggio a una toscanità che forse non è facile da spiegare, o forse è un semplice sottilissimo spunto di memoria, sta tutto nel connubio La Chertosa e sangiovese.

Non c’è solo una ricerca di emotività verso il passato, la cui rinuncia sarà stata sicuramente originata da disperazione, c’è la volontà di consolidare un filo ancestrale che rischiava di spezzarsi.

L’idea sangiovese non è solamente un’idea della memoria, è quasi un recupero di antichi sapori enoici, di giovialità dialettale, di allontanamento da standard new world wine.

Il terreno in cui il sangiovese affonda le sue affamate radici è rosso, argilloso, come certi poggi toscani, il vino che celebra questa ricongiunzione si chiama Reserve Sangiovese La Chertosa 2012, ed è un Sonoma County.

A partire dal 2012 c’è stata una riedizione di questo vino, con cambio di etichetta e di profilo stilistico. Forse non è ancora sparita l’aggiunta di un 5% di Syrah, però è il più Sangiovese che ci sia.

Non siamo di fronte a un oustanding wine, il suo prezzo di mercato non passa i 28 dollari, quindi è un Sangiovese alla Chianti Classico, con più sostanza dolce da barrique nuova, dove vi sosta per un mese, i restanti diciannove in legno di secondo vino.

Il colore ha capitale rosso granato ma non è impenetrabile. Ha frutto da vendere, sia come lampone sia ciliegia rossa, è riuscito anche ad appropriarsi di note olfattive di rose rosse appassite e di chiodo di garofano e cannella.

È un vino creato per essere subito in bilanciamento tannico/morbido, e così lo si trova, con zuccherina espressione di spremuta di frutta rossa, tannini avvolgenti e dall’effetto cioccolatoso, con finale dal gradevole ed equilibrato sentore di legno nuovo.

È un Sangiovese distante dai profili organolettici dell’uva di Toscana, non mostra i caratteri dell’essere autoctono, infatti non può pretenderlo, forse è sulla via di poter aspirare all’alloctono, ma venti anni di coltivazione sono decisamente pochi.

Quindi che dire? Salutiamo l’omaggio di un emigrante di successo e attendiamo un avvicinamento nell’espressione enologica.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)