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Ribolla e Oslavia

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venerdì 4 settembre 2015 16:15:00

È gialla la ribolla di Oslavia, un giallo che tramonta su stesso e maturando si fa arancione. È un vitigno che su questa collina s’è reso partecipe, suo malgrado, di quel peggio dello stare al mondo che si chiama guerra. Anche lui l’ha tragicamente subita e il suo colore giallo si impallidì così tanto di paura e morte che quasi si dissolse nelle anime macellate in trincea.

Il fatto che la Ribolla (come vino e uva) sia rinata dà valore e fa onore agli sfortunati attori di quelle guerre. È quasi come un vino della memoria, di ciò che prima c’era e che adesso è lì di nuovo, per scacciare le vecchie paure di un viaggio triste lungo cento anni. C’era pioggia e cenere in quella guerra, e come canta De Gregori in quel consumarsi di destini più o meno rovinosi: e questa pioggia ritorni vino, e questa cenere diventi vino.

E vino è ritornato la Ribolla di Oslavia, per un sorseggiare da uve surmature, senza raspi e con bucce ammollo nel mosto per sei giorni, poi separate per continuare la fermentazione liquida in botti da 4, 5 ettolitri. Sta sulle sue fecce per dodici mesi, forse fa tutta la malolattica, ma di certo fa bottiglia per sei mesi.

È il Collio Ribolla Gialla 2009 di Primosic, detta ribolla gialla di Oslavia – versione Riserva, alcol 14,5%. Checché ne dicano i cultori, quando si è davanti a un “orange wine” (non c’entrano i seguaci del fu Guglielmo III), non si sa mai quale sia la possibile sorpresa. In questo caso è una proposta d’abbinamento provata al Liberamente Le Panche, in quella Valle del Reno che ammicca a Bologna, e famosa per le Ghiacciaie, i funghi e le castagne. Non c’è preoccupazione maggiore, al Ristorante, quando nel riconoscerti, si avvicinano al tavolo e proponendo la bottiglia del vino si espongono in un: se ricordo bene vi piacciono questi arancio! Verrebbe da rispondere: non siamo “orangisti” a prescindere!

Eccolo che scende nella coppa, ha pericolosamente il colore di un tè Earl Grey ravvivatosi nella tinta con una fetta di limone. La tinta luccicante ci mette di buon umore (organolettico), e tutto il suo profumo è nella pienezza dell’evoluzione: odore di paglia di grano, di buccia d’arancio secca, di cardamomo, di ginger, di chinotto, di sandalwood, di foglie di tè e di fiori secchi. Grandissima è la sua sapidità e la coniugazione alcolica, finissima e sottile è la stratificazione tattile della morbidezza (più velour che velluto), infatti lo spessore della consistenza in masticazione dà un micro effetto pseudo granuloso. Ottima la lunghezza nel finale di bocca. Dicevamo dell’abbinamento, ci è stato obbligato con “porchetta e fagioli bianchi”. Risultato: da applausi! Punteggio vino 91/100.

AIS Staff Writer

 

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