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lunedì 2 dicembre 2013 10:15:00

A dire il vero lo scaffale delle specialità francesi non era posizionato in modo tale da fare colpo sui clienti del grande magazzino Conad. Era alla fine di un settore riservato alle offerte alimentari e sembrava ancorato anche con un po’ di superficialità.

In bella vista primeggiavano anche alcune bottiglie di vino, come un Riesling Alsace Aoc e un Rosé Coteaux de Provence a prezzi strabiliantemente competitivi. Il Sauternes poi aveva un prezzo da far invidia a un vino in bag and box, solo € 7,80.

La voglia di metterlo nel carrello fu tantissima, poi fatti due calcoli enologici la mano non lo ha arpionato, invece s’è gettata sullo Champagne Pol Carson a € 14,50.

Chiaramente non si tratta di un prodotto RM o NM, ma ricordiamoci sempre che non sono quelle micro sigle che fanno la qualità, è semmai la cuvée nei suoi variegati blending ad essere l’attore di ogni profilo gusto olfattivo.

Pol Carson è un MDD (marques de distributeurs) o meglio un MA, “marque d’acheteur”. Questo significa che lo Champagne, già pronto per il consumo, è stato acquistato e messo in commercio con l’etichetta propria, quindi con un proprio marchio/brand.

Attualmente in Francia ci sono una sessantina di MA/MDD che sono espressione della Grande Distribuzione “GDO”, ed i numeri dell’ultimo anno segnano un progresso di quasi il 20% all’interno della catena distributiva che s’attesta a 49 milioni i bottiglie: uno spicchio di mercato proprio da non sottovalutare.

Ma com’è la qualità? Chiaramente questa degustazione non potrà essere in grado di offrire delle risposte definitive e allora ci siamo affidati a un sommelier che lo Champagne un po’ lo mastica: Roberto Bellini.

Dice  Bellini che “Pol Carson” ha già in se i connotati estetici che scimmiottano l’elegante appeal di Maison conclamate per storicità e tradizione, il “Pol” richiama “Pol” Roger in modo evidente e  “Paul” Barà e “Paul” Goerg in maniera più sfumata, invece il “Carson” non si allontana più di tanto da quel Lanson, la cui Black Label fa molto fashion in quest’anno di cataclismi finanziari.

Pol Carson è adottato dall’ipermercato cooperativo Leclerc, quest’ultimo s’è alleato in Italia con Conad e ciò spiega la presenza del prodotto nella filiera.

Lo Champagne è elaborato dalla SVVC, Société de vieillissement des vins de Champagne, che rientra nella sfera del gruppo Thiénot.

La cuvée Pol Carson è il risultato del lavoro di un’equipe di tre enologi, che hanno selezionato le uve,  quale doveva essere la loro percentuale nell’assemblage prétirage, il tempo di autolisi, il dosage finale, etc. etc. Il mix è tradizionalissimo per la Chamapgne, si tratta di Chardonnay, Pinot Noir e Meunier.

La veste è brillantissima in limpidezza, il colore è paglierino con sorprendente media intensità cromatica, le bollicine sono abbastanza numerose, molto fini e persistenti, è semmai la spuma che non completa lo schema ottico/tattico qualitativo perché resiste troppo in superficie (però potrebbe essere il bevante). Ma andiamo avanti.

Al naso assume una posizione olfattiva che sembra una difesa a zona nel parquet del basket. È un tatticismo che mira ad evitare/neutralizzare i tiri da tre punti. Infatti il profumo primeggia per toni sfumatamente neutri, con una fragranza che non va a bersaglio (naso) e lascia una scia banalmente fruttata: molta mela verde poco matura, un po’ di fiori bianchi di campo primaverili, un leggero tono di scorza di limone verde.

Al gusto si ripropone e si conferma, questa volta con coerenza, con una freschezza fruttata tutta segnata dal sapore/gusto della mela verde, il cui spicchio sembra essere stato inzuppato in una spremuta di limone prima di essere addentato e spremuto. Non è un sapore negativo, semmai poco indipendente dal volume frizzante della CO2, la cui potenza effervescente si combina con la parte viva e un po’ asprina dell’acidità, crea un effetto pseudo termico discensionale, crioterapico, che produce una diminuzione della temperatura del palato e il senso del freddo avvolge le papille gustative, quasi le anestetizza e non resta altro da fare (alle papille) che registrare una specie di ipotermia fruttata. Chiaramente ciò produce un finale di gusto e di aroma alquanto incerto e corto, con vena di ghiacciolo al lime.

Che dire come conclusione. Uno Champagne troppo neutro al profumo, troppo spostato sull’anticipazione del fruttato, ha sì una coesione olfattivo/gustativa, non si può nemmeno negare una giusta corrispondenza nei passaggi organolettiche, ma resta un po’ troppo distante dal concetto Champagne.

Qui si potrebbe chiudere, e assolvere in po’ tutto e tutti, citando un proverbio: chi s’accontenta gode. Però viene anche alla mente Liguabue che dopo aver citato il proverbio nella canzone Certe Notti,  lo completa con un emblematico: così, così.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)