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mercoledì 24 aprile 2019 09:00:00

PIWI: i vitigni resistenti

Il nome per esteso sarebbe pilzwiderstandfähige, ma la vocazione internazionale del movimento ha prontamente abbreviato in PIWI. Tradotto dal tedesco, significa resistente ai funghi e indica i vitigni ibridi capaci di opporsi in maniera spontanea a oidio e peronospora, senza quasi necessitare di trattamenti. 

Per scampare alla proliferazione di funghi nel vigneto, infatti, le soluzioni principali sono due: fitofarmaci o applicazione di rame e zolfo. Per quanto di provenienza naturale il rame è un metallo pesante, considerato dalla legge come pesticida. Praticamente indegradabile, e destinato ad accumularsi nel terreno, può invadere le falde acquifere con conseguenze prevedibili. La ricerca sui vitigni PIWI nasce per studiare una strada alternativa

Come nascono i vitigni ibridi

L'unica via possibile per arrivare al risultato era, ora come allora, l'ibridazione: la fecondazione fra specie di vite diverse ma geneticamente affini. I nuovi vitigni dovevano ereditare la resistenza ai funghi di alcune specie americane e asiatiche e le qualità organolettiche della vite europea. L'ibridazione potrebbe sembrare un lavoro semplice, ma è in realtà complesso e faticoso. Dopo avere fecondato il fiore femminile con il polline selezionato, e avere ottenuto i semi, si passa alla semina e all'analisi delle piante germogliate. Non tutte, infatti, avranno ereditato la resistenza del genitore non europeo. Tra le prescelte, poi, non tutte offriranno lo stesso grado di affidabilità dal punto di vista viticolo ed enologico. Un processo laborioso, dunque, lento, accelerato solo di recente da una nuova tecnica capace di individuare il genere della resistenza già dal seme.

La storia dei vitigni PIWI

Si può dire la ricerca sui vitigni PIWI nasca con l'arrivo in Europa dell'oidio (documentato in Inghilterra nel 1845) e della peronospora (in Francia nel 1878). I primi ibridi naturali, in realtà, avevano fatto la loro comparsa già nel 1819, e dieci anni dopo erano nati i primi esemplari artificiali: il Delaware e il Catawba. Nel 1850, in Italia, riscuotevano discreto successo Clinton e Isabella. Il principio, in linea generale, era molto semplice: sfruttare le caratteristiche delle specie extraeuropee (Vitis Labrusca, Vitis Riparia...) per offrire alla vite da vino (Vitis Vinifera Sativa) una via di scampo dalle minacce prossime: fillossera, sconvolgimenti ambientali e aggressioni micotiche.
 
Pressati dalla catastrofe fungina, l'interesse per gli ibridi prese subito piede in Francia, dove, tra gli anni Sessanta e Settanta, si coltivavano oltre 400.000 ettari di vigneto sperimentale. Nonostante, gli sforzi, nessuno riuscì a sbarazzarsi della pesante eredità dei vitigni del Nuovo Mondo: sapore selvatico, eccessivo contenuto di malvidina, troppa pectina nelle bucce, fonte di metanolo.  

La Francia da allora ha desistito dai suoi propositi, e la palla è passata ad altre nazioni: tra le altre, Ungheria, Stati Uniti, Giappone, Germania, Austria e persino Svezia. In Italia le Università di Udine e di Trento, con la collaborazione dei Vivai Cooperativi di Rauscedo, hanno fatto notevoli passi avanti nel campo degli ibridi micoresistenti e ad oggi le zone interessate al progetto PIWI sono Veneto, Friuli - Venezia Giulia, Trentino - Alto Adige, Lombardia e, in minima parte, Piemonte

La legge sui vitigni PIWI

La legislazione della Comunità Europea permette di produrre vini a denominazione d’origine solo da varietà di Vitis vinifera. Tuttavia, in deroga, permette a ogni stato membro di autorizzare l’impianto di ibridi interspecifici. Se Austria e Germania sono i paesi più flessibili, le regioni italiane che li hanno ammessi (venti vitigni in tutto il territorio nazionale) possono usare i PIWI sia nella produzione di vini comuni sia di quelli IGT; esclusi, invece, DOC e DOCG, anche se pare si stia aprendo uno spiraglio, con il Veneto a sbottonarsi prima di tutti.

Favorevoli e contrari 

Non tutti in Italia, come si può immaginare, sono bendisposti nei confronti dei PIWI. Non si tratta solo della tradizionale lentezza burocratica e di tutela di interesssi diversi, ma anche di diffidenza, e confusione. Le nuove frontiere dell'ibridazione parlano di cisgenesi genoma editing, termini dotati di dignità e statuto scientifico eppure capaci di evocare nei profani scenari da X-MenTra gli addetti ai lavori, invece, l'obiezione più forte si basa sull'incapacità attuale dei nuovi vitigni di riflettere il terroir d'origine, e di gareggiare in termini di complessità, eleganza e qualità con i tradizionali. Di contro, i favorevoli, sopra gli altri i membri della Piwi International giurano che in alcune degustazioni alla cieca molti non sono stati in grado di distinguere gli uni dagli altri. Difficile armonizzare le teorie dei genetisti con quelle dei viticoltori, già di per sé costellate di voci differenti; ancora più complesso, poi, avvicinare entrambi a legislatori, imprenditori, professionisti di varia estrazione e consumatori. Il dibattito è infuocato, ma una chiara e approfondita comunicazione potrebbe aiutare una reciproca comprensione, o una legittima divergenza. 

Gherardo Fabretti

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)