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Pipì di gatto? No grazie!

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venerdì 6 maggio 2016 12:00:00

Ogni tanto ritorna, c’è anche chi lo magnifica come straordinario carattere vegetale del sauvignon blanc, non comprendendo che semmai pipì di gatto è “animale”.

Parlando con un amante di gatti, un cultore degli American curl e dei ragdoll, il suo racconto descrittivo della pipì di gatto fu centrato sull’odore e non sul profumo, poi domandando di discriminare l’odore, la risposta fu: puzzetta! E come poteva non essere un po’ assolvente trattandosi di un amante di gatti. Eppure pipì di gatto, come descrittore odoroso non solo ritorna, ma resiste.

Il varietal incriminato è il sauvignon blanc, la sua eccellenza enologica si è radicata nel Pouilly-Fumé e nel Sancerre (Loira), ha fatto la fortuna e il successo del Marlborough,  e perché no, un aiuto l’ha pure dato nell’est del Friuli Venezia Giulia, in Alto Adige e qualche colpetto tra Trentino e Veneto. Uno dei grandi pregi del sauvignon blanc è la sua immediata riconoscibilità olfattiva, questo gli ha permesso di far diventare degli occasionali non degustatori di vino degli esperti, e coloro che erano esperti dei professori dell’ampelografia.

Tutto verte però su un “qui pro quo”, cioè sull’errato avvaloramento di una serie di profumi non del tutto annusabili per gradevolezza. Il sauvignon blanc ha carattere erbaceo generato dalla presenza cospicua di pirazina, la quale prolifera nel clima freddo e quindi anche in quei climi che non sono freddi per naturalità, ma che si trovano a vivere un andamento climatico senza quell’equilibrio “caldo” che invece dovrebbe essere una costante.

L’ortica, l’erboso che va all’arbusto del bosso, l’erbaceo che va al vegetale non commestibile della foglia di pomodoro salgono alla memoria olfattiva dei degustatori in caso di sauvignon blanc, e molti si trattengono perché riconoscono nel fruttato un miglior approccio descrittivo e una più raffinata finalizzazione della descrizione. Però a meno non se ne può fare e il loro meglio riescono a offrirlo quando restano dei micro ingredienti della salade olfattiva del sauvignon. È stato il sauvignon della Nuova Zelanda è rimarginalizzare gli estremi gusto olfattivi, premiando il lemongrass, la verbena, la melissa (pur senza riuscire del tutto a pulirsi dalla pipì),  l’uva spina e il pompelmo, spostando in un angolo tutto l’erboso del suo semi aromatico. Ma già la Loira s’era allontanata dalla pipi de chat e Dagueneau ne fu un fautore, seppur con l’aiuto del legno e con la maniacale ricerca di maturazione tecnologica; lo stesso dicasi per l’esempio italiano del Sauvignon Bleu di Villa Russiz.

Il sauvignon ha il pregio dell’esser un tutto olfattivo e gusto olfattivo, può attirare a se una varietà straordinaria di sfaccettature profumanti e modulare il rapporto acidità/sapidità fino a sfiorare toni di salinità o di piccante (e impetuoso) asprino, però una cosa è ormai certa: la pipì di gatto non è mai stato un gusto/profumo da sballare nel buono.

AIS Staff Writer

 

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