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venerdì 22 marzo 2013 11:30:00

di Roberto Bellini 

Di certo la patria enologica del Pinot Grigio è l’Alsazia e non la Champagne; mentre in Alsazia rappresenta il 15% della superficie coltivata, in Champagne siamo al di sotto dello 0,01%.

Eppure intorno agli anni ’50 la sua coltivazione era molto diffusa, poi è stato soggiogato dall’opulenza del Pinot Nero e dall’eleganza dello Chardonnay, tanto che oggi è quello meno diffuso tra i vitigni “scomparsi” e non gli è dedicata alcuna cuvée.

Lo si riconosce con facilità in vigna perché le sue bacche hanno un colore rosa grigiastro e sono abbastanza piccole nella forma.

Di solito i suoi vini hanno un contenuto di alcool leggermente superiore delle altre uve,  però nella Marne è mediamente un po’ meno dotato rispetto al Pinot Noir e al Pinot Blanc, per cui perdendo quello spunto acido è inviso nella creazione della Cuvée.

Pochissime sono le Maison che dichiarano di averlo in vigna, Jérôme Prévost per esempio ne ha qualche ara, ma chiaramente non gli consente di uscire con una monocuvée. Anche Janisson-Barandon ne ha qualche filare; a conti fatti la Maison con più coltivazione è Aubry.

È ad Aubry che si deve un’azione di salvaguardia, di recupero dei “vecchi vitigni”, tanto che la sua filosofia “alla ricerca dei vitigni perduti” ha visto la nascita nel 1986.

Nasce tra l’altro lo Champagne Le Nombre d’Or  “campanae vetere vites”, il cui millesimo 2002 è entrato nella storia. Aubry chiama il Pinot Grigio, Fromenteau, perché così lo chiamavano nel secolo scorso. In questa cuvée è maggioritario, accompagnato da Petit Meslier, Arbane, Meunier,  Chardonnay, Pinot noir e Pinot Blanc: praticamente quasi tutti.

Lo Champagne Le Nombre d’Or 2002 sostò quasi cinque anni sur lies, il dosage è inferiore a 4 gr/l per esaltare le non morbidezze delle uve. A parte il colore ormai macchiato di oro vivace, ha profumi d’una fragranza di pasticceria, di confettura di susine, di scorza di limone candita, di pan di spezie, di torrone. Al palato le sue non morbidezze si fanno bilanciatissime, ha ormai una freschezza che si accompagna con un’energia fruttata dal tono maturo e sciroppato, il ricordo del sapore della frutta esotica e tropicale si materializza velocemente, ha un finale salino, quasi gessoso, con chiusura di albicocca secca e anacardo.

Chiaramente non è il Pinot Grigio ha offrire queste caratterizzazioni, è semmai la maestria dello Chef de Cave, che è riuscito a combinare elementi e tratti gusto olfattivi con geniale intuizione, come se fosse alla ricerca “di un gusto perduto”.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)