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martedì 19 aprile 2016 09:00:00

La chiusura celebrativa dei dieci lustri del Vinitaly, 1967-2016, la celebriamo (scusate la repetitio) con il racconto del primo vino della degustazione svolta il 12 aprile a cura dell’Associazione Italiana Sommelier: Barolo Percristina 2007 by Domenico Clerico, lo stellare.

Il vigneto in cui alloggia il nebbiolo (vitigno) è il Mosconi, una gemma – più che un cru – di 1 ettaro e 70 are, un versante in cui si ottimizza la luminosità, ben riflessa anche dal candore del terreno. Ma bando alle ciance, qui c’è una vera sostanza del Barolo, quello intuitivo, quello d’un vignaiolo selvatico (Aeroplanservaj), che spicca voli pindarici, come questo Percristina, nato da sofferenza e sbocciato nell’armonia.

Domenico è un innovatore? No, è un tradizionalista a metà! Anzi fu uno di quelli che sconvolse la Langa! Tante e tante sono le voci che negli anni si sono rincorse sul di lui dilemma barolesco, questioni che a noi non interessano più di tanto: a noi interessa il vino.

Quindi il Percristina fa barrique, 80% nuove e 20% di secondo vino, ci sta quasi 35 mesi, poi si sposta in botti da 50 hl e li s’adagia per altri 24 mesi; la vinificazione può allungarsi anche fino a un mese. Dopo questa parentesi cantiniera eccoci al vino: Barolo Percristina 2007. E vai con il colore luccicante di nebbiolo granato e rubino in coinvolgente sintonia cromatica, con spessore antocianico e tensione superficiale che ammicca alla consistenza. Naso giovincello, puerile nella sua sorridente esuberanza fruttata e floreale: ancora ci sono petali di rosa intonsi, e ribes e ciliegie dal piglio selvatico. Non manca la vaniglina, il chiodo di garofano e il chicco di liquirizia, c’è del dolce legno tostato: c’è quel tutto che ci dice che siamo agli inizi del suo tutto temporale. Il palato accoglie il rosseggiante liquido con timore, s’attende un impeto tannico; bene quel tannino c’è ma non è impetuoso, dà segni di voler movimentare una masticazione fluidamente densa, rinfrescantemente sapida con del condimento minerale e morbido: questo s’avvera. Ancora una volta la magia Clerico esce dal paiolo, come una pozione medicamentosa omeopatica e con garbo strutturale crea una liason organolettica in cui si raccolgono tutte le essenze dell’uva figlia della nebbia, ma a dispetto della stessa (nebbia) niente si nasconde all’indagine del degustatore: celestialità enologica.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)