Statistiche

  • Interventi (1678)
  • Commenti (0)

Archivi

martedì 12 agosto 2014 09:15:00

Il grappolo si presenta un po’ curvilineo, non del tutto sinuoso, non si può definire elegante nella forma, dicono tutti che quella sagoma ricorda la coda della volpe e da lì il passo a Coda di Volpe fu breve.

Non ha la vigoria della volpe (animale), quindi non produce un granché. Quando matura bene ha tanti zuccheri nella polpa, invece gli acidi non si ricordano certo per il potere acidulo.

Ha vissuto a lungo nei gradini più bassi della scalinata qualitativa della Campania, e il suo blasone storico – lo cita pure Plinio il Vecchio – non gli ha portato vantaggi.

Il suo patrimonio organolettico non eccelle per l’intensità odorosa, semmai la sua leggerezza aiuta a raccogliere delicatissime espressioni  di mela cotogna, di agrumi, di fiori gialli e di paglia secca. L’acciaio l’ha rivalorizzato, poi qualcuno l’ha allevato anche in legno, sorprendendo se stesso e gli scettici, infine qualcun’altro l’ha lavorato con macerazione sulle bucce, avvicinandosi a un Georgian style.

Eccoci a combattere con Paski Coda di Volpe Campania Igp dalla campagna viticola 2012, l’azienda è la Cantina Giardino di Ariano Irpino.

I proprietari, sei giovani ancora neo vignaioli, hanno fatto di tutto per far scomparire ogni riferimento con l’uva Coda di Volpe.

La fermentazione la fanno in parte in legno di castagno, in maggioranza però in acciaio. C’è contatto buccia-succo e aborre le filtrazioni, la solforosa e quant’altro di non natural, incluso i lieviti che sono solo indigeni.

Ne esce un colore più simile a una chiara e giallina birra trappista fermentata in bottiglia, così anche la limpidezza è nuvolosa. I profumi sono “pellicolari”, più da contatto che da fermentazione, avendo da subito traguardato fiori bianchi e frutta fresca: inesistenti. C’è invece l’odore di sorbe che si stanno ammostando con il loro letto di paglia dentro un paniere di vimini. Anche un ricordo di granaglie fa capolino, così come l’odore della pasta secca, della farina di mais e della pula da trebbiatura di grano.

Profumo aschematico e imparadigmabile, ed è questo impersonalismo varietale che alla fine ci attira molto. Ha struttura delicata, inutile ricercare l’effetto freschezza perché non è il suo punto di ricamo, sembra una tisana di mimosa, il suo volume liquido appare granuloso e fin quando la temperatura è sui 10°C è impossibile non pensare a dell’ottimo luppolo e al pane ai cereali.

Non ha profondità sapida, né lunghezza di bocca, però quel che c’è riesce a svegliare le coscienze degli “chardonnatizzati e vermentinizzati”.

Il costo vale di molto l’assaggio!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)