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martedì 20 ottobre 2015 16:30:00

Per Francesco Redi era leggiadretto e divino, Pietro Aretino lo usava per ben bagnare le licenziosità dei “Sonetti Lussuriosi”, invece il Foscolo ci addolciva l’ineluttabilità della morte: l’oggetto è il Moscadello di Montalcino, che il Redi chiamava Moscadelletto nell’estasi del Ditirambo.

Un vino illustre e di stirpe nobilmente antica, fervido nel colore illuminista e dolce quel tanto e quel giusto da non trattenersi a stancare i ricordi.

Il Moscadello a Montalcino è sfuggito all’estinzione per una serie di casualità e di fortunate coincidenze, schiacciato com’era (e come lo è ancora) dall’ingombrante peso mediatico e di attrazione di beva dello straordinario Brunello. Il mercato dei vini dolci fermi è sempre stato uno spicchio in fatto di numeri, danneggiato da produzioni pressapochiste e affrettate, che sfruttano l’incapacità di molti consumatori di penetrare nell’essenza del vero gusto dolce (che non stanca e non stucca).

Il Moscadello di Montalcino è vino superbo, anticipiamo subito il finale, può essere prodotto in versione tranquillo, frizzante e vendemmia tardiva. La versione che mostra più appeal sembra allontanarsi dal frizzante, un po’ in sofferenza se destinato a correre con il moscato dell’Astigiano.

Il Moscadello di Montalcino di Col d’Orcia si chiama Pascena, l’annata 2010 fu molto interessante in fatto di maturazione (così raccontano a Sant’Angelo in Colle), ed eccone un resoconto in libertà. Il vetro si dipinge di oro stellante, nella coppa si muove flessuoso e brilla se investito dalla luce. Intenso nell’aroma varietale, abbina i dolci fiori di arancio all’albicocca, il chicco d’uva moscato al fiore di zafferano (leggerissimo), un po’ di vaniglia, di gelatina d’arancio e di pasticceria. C’è un equilibrio tra la componente terpenica e quella di fermentazione. Gusto dolce, però sottile nello spessore liquido tanto da lasciarsi graffiare (amorevolmente) da uno strepitoso sapore rinfrescante e minerale. La sua migliore caratteristica sta nell’allontanarsi dall’“opulenza” del moscato, infatti non è una “tardiva”. Ciò gli consente di allungarsi in un finale di bocca con duettante saporosità fresco/dolce.

Un sorso tira l’altro, tanto da allontanare perfino i pensieri, come diceva il Redi, ed evitarci i rimandi all’età vecchia e barbogia. Che sia un nettare?

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)