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mercoledì 18 giugno 2014 10:30:00

Non c’entra il lato oscuro della politica, non ci sono lateralizzazioni di segretezze, non c’è da cercare posti nelle logge, non viaggiano liste con nominativi criptati: è solo Champagne, P2 1998 Dom Pérignon.

Però questa opzione P2 è ugualmente ammantata di un fascino misterioso, di un’ambiguità a evoluzione organolettica che si concretizza con un’oscillazione tra lo scientifico – quindi spiegabile – e l’incerta costruzione di un’espressione evolutiva di un futuro che potrebbe essere in grado di non garantire il buon fine della maturazione: per chi non lo avesse ancora intuito stiamo parlando di autolisi.

Anzi non siamo noi a parlarne, riprendiamo giusto quanto ascoltato in un’escursione londinese conseguente e contigua al LWF dei primi di giugno (LWF: London Wine Fair).

P2 è la folgorazione enologica della Maison Dom Pérignon e della coppia d’assi Chaperon-Geoffroy.

P2 è la trasformazione del brand Oenothéque, una rivoluzione che non sembra scaturire dal semplice cambio di nome, ma nasce da una prolungata analisi di quel segmento d’affinamento conseguente alla fine del tirage che attirò l’attenzione di alcune Maison già negli anni sessanta, in primis Bollinger.

Lo staff enologico della Dom Pérignon afferma che l’autolisi sui lieviti è la vera essenza della prospettiva qualitativa dello Champagne, e non solo e semplicemente perché acquisisce la tipica fragranza di “pane” o un volume gassoso con liquidità cremosa; c’è dell’altro e questo altro non ha una certezza di completa spiegazione.

Comunque P2 è una sigla: Plenitude 2. (Plenitude = pienezza, completezza, perfezione).

La Maison afferma che nella vita del Dom Pérignon ci sono tre Plenitude. La prima dopo sette anni dalla vendemmia, la seconda dopo 13-15 anni, infine anche una terza intorno ai 30 anni.

Chiaramente non tutte le vendemmie hanno le potenzialità di base di poter viaggiare attraverso il tempo e oltrepassare indenni la completezza e la pienezza di ogni segmento temporale di una perfezione.

Dom Pérignon crede moltissimo in queste evoluzioni perfezionanti e perfezionistiche tanto che ha abbandonato il celeberrimo Oenothéque a favore del P2 e in previsione di un’ulteriore concentrazione di completezza d’autolisi e di perfezione si getterà anche  sul P3.

È chiaro, dice l’azienda, che l’effetto autolisi ha diversi stadi di espressività organolettica, per cui le tre aperture di credito alla maturazione organolettica del vino a contatto con i suoi lieviti esausti danno forza a una differente magicità di appeal ossidativo, senza però che siano mascherate le integre qualità di partenza e di base dell’annata.

Tutto è nato perché le indagini fatte sulle annate presenti in cantina hanno evidenziato che certi elementi di vendemmie hanno una stabilità e una resistenza al contatto con l’ossigeno oltre l’immaginabile, a patto che si rispetti il dettame che si deve partire con l’intenzione di fare un lungo viaggio e accollarsi tutti i rischi.

Dom Pérignon P2 1998  non è stato scalfito dall’esposizione di un lungo viaggio, non ha corso alcun rischio enzimatico.

C’è da tener presente un dettaglio importate; le versioni P2 e P3 sono e saranno tappate con sughero e non con quello a corona, per cui il dégorgement sarà solo manuale, con controllo di qualità organolettica sul prodotto per assicurare l’assenza di contaminazioni da sughero conseguenti alla lunga sosta sur lies. Infine il dosaggio, esso sarà particolarmente basso per evitare che l’identità e la combinazione annata/annate di autolisi resti totalmente espressione di naturalità.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)