martedì 18 giugno 2013 09:30:00

di Ilaria Santomanco 

Valerio Massimo Visintin, scrittore e critico gastronomico di cui si ignora il volto, ma non la fama, è fedele a una ferrea regola: si reca nei locali in incognito, nelle vesti di un cliente qualsiasi, per poter redigere una recensione quanto più possibile oggettiva. Immaginiamo, per una volta, che siano i lettori ad accostarsi ai suoi scritti come alla tavola di un ristorante.

Di primo acchito, di un locale può attrarre l’insegna: in questo caso sono i garbati titoli dei capitoletti in cui è ripartito questo gustoso libello. Accompagnati con gentilezza al tavolo, si scorre il menu, carichi di trepidante attesa, affascinati dalla bella calligrafia, elegante, raffinata, non contaminata da svolazzanti arabeschi, al pari della prosa del nostro autore, aggraziata, limpida, vergata con mano sapiente e attenta cura.

L’entrée di benvenuto, in apertura alla serie di portate, è paragonabile al primo assaggio di lettura, all’impatto con la maestria dello chef/autore. Si degusta un prelibato bocconcino di periodi lievi, ben calibrati, armoniosamente disposti. Nulla a che vedere con quello che oggi la satira incalzante definirebbe malignamente un mappazzone.

Ci si addentra nella successione dei piatti, come nella sua prosa, desiderosi di saggiare, testare e scoprire, in un crescendo di curiosità e di pathos. Al pari di un risotto al profumo di tartufo, la sua prosa è arricchita da una “grattugiata” di vocaboli ricercati, da un’aggettivazione ricca e colorita, e da qualche vezzo letterario di cui il nostro autore fa un oculato impiego.

E come, assaggio dopo assaggio, si gusta ogni pietanza, scomponendo l’amalgama dei sapori, analizzando i singoli ingredienti, così, riga dopo riga, si apprezza la trama della narrazione, l’intelligente tessitura dei temi, l’ordito di immagini e di suggestioni lessicali, il ricamo ironico e sagace. Si riassapora più volte l’intingolo per capire il connubio dei sapori, e magari carpirne il segreto, talvolta ad occhi chiusi per concentrarsi in un estatico isolamento. Allo stesso modo gli occhi, questa volta aperti e ben attenti, tornano indietro, risalgono alle righe già scorse per ritrovare un’immagine, rileggere un felice e appropriato accostamento di termini, o una inusitata licenza, perle che la profonda competenza lessicale dell’autore dissemina qua e là, al pari di gocce di pregiato Balsamico Tradizionale ad impreziosire il piatto.

Chi pensasse di terminare l’elegante pasto/lettura con un austero caffè o un’aggraziata alzatina di fragranti frollini, cadrebbe fatalmente in errore. Perché è proprio quando meno te lo aspetti, quando pensi di padroneggiare il testo e l’argomento, è proprio questo il momento in cui Valerio M. Visintin, di soppiatto, articola con astuzia e maestria le parole, piazza una frase, dipinge una scena a tratti vivaci e con una verve umoristica tale che, in maniera del tutto imprevista, ti ritrovi a cercare di soffocare un impellente moto di ilarità. E più tenti di reprimere il riso, più questo si rinfocola, dirompendo alla fine, senza più freni, in una risata fragorosa accompagnata da copiose lacrime. Il genio dell’autore è ora manifesto in tutta la sua possanza.

Il conto, per un’esperienza di questo tenore, ammonta a soli 10 euro, ben poca cosa per un libro di prosa autentica e piena di spirito.

Ne consiglio vivamente l’acquisto, a pile, da regalare agli amici più cari, con un’unica avvertenza: abbiate cura di non leggerlo di nascosto al lavoro, magari nei pressi del vostro Capo. La risata argentina di certo vi tradirà. 

 

Autore: Valerio Massimo Visintin
Terre di Mezzo, 2013
136 pagine - € 10

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)