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martedì 10 giugno 2014 13:30:00

A chiunque sia posta la domanda di quale siano le uve più tradizionali del Veneto, sicuramente si sentiranno snocciolare Garganega, Corvina, Glera, Trebbiano di Soave e forse ci buttano dentro anche il Raboso.

Ma il Veneto era anche altro in fatto di vitigni e qualcuno – da tempo – sembra in fase di riemersione, ci vengono in mente la Forsellina, la Dindarella o Pelara, la Rossetta di Montagna e la Montanara, tanto per citarne alcune.

C’è anche l’Oseleta ed è quella che ha attirato la nostra curiosità.

È nella Valpolicella che quest’uva ha trovato la sua nuova culla enologica, salvata quindi da uno spietato oblio ampelografico.

L’Oseleta non può considerarsi un grappolo d’uva, è semmai un grappolino con acini molto compatti, tracagnotto e corto, la media del peso è sui 150 grammi. La buccia ha consistenza ed è alquanto spessa. È un’uva poco sensibile alla Botritys cinerea per cui non si scalfisce se sottoposta a surmaturazione oppure ad appassimenti fuori pianta.

La quantità di succo che contiene l’acino è alquanto limitata, però ha molto zucchero, un pH interessante – tra 2,93 e 2,99 – e ottimo tannino.

Forse avrete intuito che Oseleta ha derivazione idiomatica dialettale, dal veneto oselét, cioè uccelletto, perché molto gradita ai minuti uccellini di vigna; altri invece propendono per la versione che ne collega la forma piccola a quella di un piccolo volatile.

Il recupero di quest’uva si è già attivato da qualche anno e sembra destinarla a essere impiegata nell’uvaggio del Valpolicella, dell’Amarone e del Recioto, perché capace di  aggiungere colore, un apporto tannico alla struttura senza neutralizzare la personalità della Corvina, assicurando un potenziale evolutivo e soprattutto costruendo una più forte concatenazione con il territorio.

Con queste premesse l’Oseleta sembra avere le carte in regola per rigenerare una certa originalità e una riappropriazione di elementi di tipicità e di autoctonia, e come riporta l’informatore agrario 36/2000, «può rappresentare una valida alternativa ai vitigni internazionali».

Abbiamo potuto verificare il significato organolettico dell’uva Oseleta con il vino Osar, Rosso Veronese, dell’Azienda Masi, dell’annata 2006 e con gradazione 14% abv, chiaramente si tratta di un 100% Oseleta.

Ha colore veramente impenetrabile, tra il blu notte e il nero dell’oceano. L’intensità odorosa è riempita da sentori di una succosa ciliegiona in lenta cottura con zucchero, di sciroppo di more di rovo, un poco di balsamico e lo speziato di liquirizia.

Ha una dimensione gustativa pienamente secca e avvolgente, con i tannini che hanno iniziato  ad ammorbidirsi per lasciare sbocciare un’imprevedibile (all’inizio) e gradita mineralità. È nerboruto ed energico, con un finale versione treno alta velocità, i cui passeggeri retro olfattivi sono il pepe nero  e lo sciroppo di mirtilli.

Dal modo con cui il tannino interagisce con i suoi compagni di struttura non appare un vino che perda dei pezzetti prima di una quindicina di anni, per cui se qualcuno lo avesse in cantina, l’opportunità di lasciarlo a riposo in vetro non andrebbe persa.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)