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venerdì 13 settembre 2013 10:15:00

di Roberto Bellini 

Durante un soggiorno didattico a Tokyo ho incontrato un vino particolarmente insolito per un sommelier italiano: un vino fatto da uva delaware.

Delaware è un ibrido americano, derivato da vitis labrusca, altrimenti chiamata “fox grape”.

T.V. Munson crede che sia in ibrido di labrusca, vinifera a “bourqiniana”, il che ci riporta addirittura a un ibrido di vitis aestivalis.

È stata una sommelier giapponese (AIS), Kayo Kotani, dal nick name Cotania, a presentarsi con un vino, addirittura spumante, fatto con uva delaware.

La cosa non avrebbe destato molto stupore se il vino fosse arrivato dallo stato di New York o meglio dall’Ohio, dalla cui cittadina Delaware prende il nome dopo esservi stata  trasferita da Frenchtown, New Jersey; e invece arriva da Osaka.

È si vero che l’uva Delaware trova diffusione in Giappone, ma da qui a incocciarvici è molto difficile, figuriamoci poi se il vino è stato elaborato con sistema Charmat.

Eppure nella campagna di Osaka, a Komagatani, quest’uva è coltivata con un certo successo (per il Giappone) dall’Azienda Kawachi. Da un’analisi del territorio si nota che la coltivazione è in pianura, e quest’uva riesce a dare qualcosa di valido perché la sua indole vegetativa si adatta a questo clima, dove la stagione di maturazione è breve, come si addice al Delaware.

Ecco infine il momento più atteso, la degustazione dell’Osaka Sparkling Wine 2012, alcol 12% vol, ottenuto da metodo Charmat e chiuso con tappo a corona.

Cristallino alla limpidezza, bollicine fini, abbastanza numerosi e persistenti, colore giallo paglierino chiarissimo. Media intensità olfattiva con dominanza fruttata, di frutta a pasta gialla, pesca sciroppata e miele millefiori. C’è anche un po’ di floreale, di fiori di tiglio. Il tono fruttato evidenza una raffinatezza media, come se non fosse del tutto naturale, ricorda un poco le caramelle e le gelatine industriali.

Al palato l’effetto frizzante creato dalla CO2 non riesce a esaltare la freschezza, che la si avverte più per l’effetto termico piuttosto che per il PH.

Ciò produce una sapidità un po’ limitata e un finale di gusto in cui l’espressione calorica sorprende le papille con una certa irruenza. Questo finale di gusto presenta tutti i limiti fisiologico-qualitativi dell’uva delaware, un’uva a cui nessuno ha mai chiesto o si è immaginato di far produrre vini d’ottima fattura

La sua gradevolezza si sviluppa nei primi momenti dell’assaggio, le sensazioni gusto olfattive scivolano via velocemente e lasciano un finale caldo.

La sorpresa non è in negativo, attenderci qualcosa di più sfiorerebbe l’utopia, e già una larga sufficienza consente di fare salti di gioia.

Gli stessi salti di gioia a protezione di quest’uva li ho trovati nel sito wine.appellationamerica.com, in cui alla voce delaware si proclama “se si  è orgogliosi di essere un Americano vero, lo  spirito e il lavoro etico devono essere innegabili, per cui speriamo in te e in tutti gli altri americani indigeni affinché quest’uva (delaware) rimanga parte della produzione dell’industria del vino americano (si noti industria – ndr –), nonostante la pressione (contraria – ndr –) della miope stampa pro Europa.

A me verrebbe proprio da dire loro: forget about it.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)