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martedì 28 maggio 2013 15:30:00

L’avvento del nuovo mondo enologico portò con sé molte intelligenti innovazioni produttive, avvalendosi tra l’altro dell’assenza di tradizioni da rispettare e di memorie a cui attingere.

Terroir e Antiterroir entrò ben presto a far parte del linguaggio comune dei degustatori, acquisendo una valenza di serrato confronto eno-filosofico. Se da una parte l’Europa del vino sembrava barricarsi (da barricata) a difesa della propria territorialità legislativa, a salvaguardia di una tipicità che stava squagliandosi, dall’altra non perdeva certo tempo a tuffarsi nel nuovo concetto produttivo, che allontanandosi dalle antiche radici consentiva di spaziare nelle sperimentazioni di vini dalle strutture muscolose e iper opulenti.

Da qui passarono anche i vin de garage, una meteora illusoria che presentava per artigianale un’idea del vino ondeggiante sui crinali d’una innovazione enologica plasmata sulla comunicazione e sulla creazione di un appeal mediatico.

Adesso siamo arrivati al “Neo Terroirist” e la Rioja sta dibattendo su questo.

La particolare conformazione viticola della Rioja, 120 km di vigneto lungo il fiume Ebro, è segmentata in tre settori: Rjoja Alta, Alavesa e Baja. Questo frazionamento del territorio è foriero di personalità distinte nel vino, per cui il concetto di terroir sembra possibile come è possibile l’opposto.

La nuova enologia della Rioja, quella nata dal 1950 in poi, oltre a innovare il processo produttivo, evitando i raspi e impiegando il legno, ha mantenuto la tradizione di miscelare il vino Tempranillo, spesso deboluccio in alcool nel settore Alta e Alavesa, per via di un finale di maturazione fenolica compromesso dal freddo e dalla pioggia. Nella Rioja Baja le condizioni climatiche sono molto contrastate: qui la Garnacha Tinta si gonfia in alcool, per cui fa da ricostituente al Tempranillo, o viceversa il Tempranillo alleggerisce la pesantezza della Garnacha.

I Neo Terroirist rifiutano il blending tra le tre zone per dar vita al vino della vigna e offrire un valore reale allo slogan “Rioja, la terra dei mille vini”.

Non è che il blend sia rifiutato a priori, infatti i mix sono ben accetti, però i vini arrivano da uve coltivate nei vigneti di proprietà in quel settore.

L’incontro con la famiglia Eguren è fondamentale per comprendere il neo terroirist; hanno selezionato con molta cura i vigneti, con particolare attenzione al Tempranillo.

Si va dal vigneto Nieta di 1,75 ha, alla Canoca di 18 ha con suolo calcareo e argilloso, mentre la Llana ha terreno alluvionale su 10 ha, infine la Veguilla ha calcare e argilla con ciottoli.

Con questa situazione l’azienda vuole dare un’identità di territorio al vino o meglio allontanare il vino da blending chilometrici.

Rioja El Puntido è un single vineyard, affinato 16 mesi in legno nuovo francese. Luminoso al colore, ha una sorprendente sponda odorosa fruttata, di ciliegia, con spezie molto ben coese nell’anima fruttata del Tempranillo. Il gusto è vivace, molto fresco, con finale lungamente succoso al sapore di mirtillo rosso. Un gusto davvero diverso dai classici Rioja.

Incredibile è Toro Alabaster da 100% Tinta de Toro da vigne prefillossera. Allevato 18 mesi in legno nuovo riesce anche a offrire un intenso e netto profumo di ciliegia scura, ribes nero, mora, cannella e vaniglia. Il tannico è inondante ma non aggressivo, riesce ad arrotondare anche l’acidità e rilascia un finale di gusto molto seducente.

È un’esperienza da tenere sotto controllo, i cui frutti sono da adesso molto validi, per cui attendiamo con curiosità nuovi sviluppi.

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)