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venerdì 18 aprile 2014 16:00:00

In Italia la parola Moscato (cioè Muscat) identifica la meravigliosa uva Moscato bianco da cui si ottengono, come da disciplinare di produzione dop-docg, i seguenti vini: Asti o Asti Spumante – Asti Spumante Metodo Classico, Moscato d’Asti e Moscato d’Asti vendemmia tardiva, come da GU 281 del 02/12/2011, e chiaramente altri superbi vini.

Conosciamo ormai tutti il successo yankee dell’uva Moscato, ma in questo spaccato inchiostrato l’attenzione la spostiamo verso un Moscato Muscat, la cui versione saporifera è decisamente secca e aschematica.

Il nostro viaggio enoico si  compie in Alsazia, dove il Moscato (Muscat, appunto) è presente da molti anni, sebbene la sua diffusione non sia mai stata superiore al 3% della coltivazione.

Eppure quel 3% è straordinario.

Muscat in Alsazia è plurale, più che singolare, racchiudendo nel nome due varietals: Muscat à petits grains (chiamato anche impropriamente Muscat d’Alsace) e Muscat Ottonel.

Il primo è un vitigno ancestrale dall’identità primordiale e mediterranea, attraversata dalla cultura vinicola della Grecia, di Roma e dei Fenici; il secondo è più recente, addirittura più nordico perché si presume originario della Loira.

In Alsazia il Moscato trova una fortunata (si fa per dire) coincidenza climatica, perché quando fa molto freddo, come tutte le viti è dormiente, poi d’estate si crogiola al calore estivo (si fa per dire), ma soprattutto si gode l’illuminazione, la secchezza (Colmar è la seconda città più secca di Francia, solo 550 mm di pioggia annua) e le fortissime escursioni termiche che modulano in pieno l’espressione della purezza terpenica dell’uva.

Come si dice in Italia, il Moscato in Alsazia fa l’indiano, cioè finge di prendere in considerazione ciò che le condizioni climatiche gli vorrebbero auspicare, ovvero fare del vino dolce. E invece no, io ascolto, ma non mi adeguo, e mi faccio tutto “secco”.

E così faccio una magia! Ed è vero! Afferma il Muscat.

Hugel Alsace Aoc Muscat Tradition 2010 ne è la prova vivente.

Il vino è la vera sintesi dell’alsazianità in fatto d’impiego di uve: 40% Muscat à petis grains e 60% di Muscat ottonel. Le uve furono diraspate e lasciate macerare per una notte, tanto “adda passà ‘a nuttata”, recitava Edoardo De Filippo in Napoli milionaria.

E la nottata passò bene, perché seguì la fermentazione rigorosamente controllata in temperatura (legno o acciao? Incerta la notizia!), poi chiarificazione naturale per tutto l’inverno e sosta in vetro fino alla vendita.

Il vino ha pH 3,36, acidità g/l 5,98, zuccheri residui g/l 2,2, alcool 12,20°. Insomma un’analisi (non organolettica) che evidenzia piena salute fisico/chimica.

Sì, ma la fisica, la chimica e l’analisi connessa non è certezza di qualità. Eccoci quindi in compagnia di Hugel Alsace Aoc Muscat Tradition 2010 per una discriminazione organolettica:

oh yes… avrebbe detto Enzo Jannacci.

E “oh yes” diciamo noi del colore, ancora incredibilmente super green (verde) con il giallo paglierino che lo sta attorniando. Però brilla e brilla se investito dal fascio di luce.

La sua aromaticità non è esplosiva e ci chiediamo se sia un bene o un male. Una sola risposta: è un bene!

C’è tutta la florealità dei Moscati, rosa bianca selvatica, mughetto, fiore di sambuco e biancospino: un’infusione complessa anziché irruente. Di particolare gioiosità olfattiva è la sottile espressione aromatica di scorza di limone fresco grattugiata, un mix tra limoncella, verbena e lemongrass, la cui ricomposizione olfattiva rientra nelle sensazioni del cedro (non del Libano).

La secchezza al palato è struggente, riempie di flavour aromatico tutto il retro aroma, la sapidità si fa finissima (sale finissimo) e ammanta di mineralità il finale di aroma.

Il suo volume liquido crea una masticazione sottile, molto fine, dall’effetto tattile dell’acciao, come si conviene a un servizio correttamente contenuto a 7 °C.

Ma più di tutto ha il pregio di non essere caratterizzato dalla sua naturale personalità amaricante.

Un Muscat da abbinare ai formaggi caprini, all’aringa con olio e patate, alla trota affumicata, alle sarde in saor, alle alici in carpione o alla “stortina”.

E dopo tutto questo ben di Dio di abbinamento, non ci resta che confermare: adda passà ‘a nuttata.

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)