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lunedì 28 luglio 2014 16:00:00

Nel titolo niente deve collegarsi con il corpo di fanteria formatosi nel 1872, cioè gli Alpini, considerato il più vecchio corpo di fanteria da montagna ancora oggi attivo nel mondo.

Le penne nere hanno un curriculum militare professionalmente d’eccellenza, così come lo hanno nel gradimento del vino, e il collegamento è infatti basato sull’aspetto vino, più che su quello militaresco.

Gli alpini sono un corpo “freddo” – climaticamente parlando, viste le alture che coabitano con il loro spirito – e Morgex, o meglio il vino Blanc de Morgex et de La Salle, non è che sia un esempio di un’espressione climatica puramente mediterranea.

Da entrambe le situazioni climatiche si possono comunque ottenere cose eccellenti, per ciò che riguarda gli Alpini, è la loro storia che parla, quindi onore al merito e “di qui non si passa”; per il vino alpino il discorso va sviluppato per linee collaterali e non paragonabili.

Nel Blanc de Morgex et de La Salle l’uva è il prié blanc, usata al 100% e interpretata enologicamente con l’intento di preservare il più possibile la triade foglia/fiore/frutta, quindi con un acciaio dominante.

Questo accade nel Blanc de Morgex et de La Salle di Ermes Pavese, che ha sede in frazione la Ruine, comune di Morgex,  con vigne di proprietà e alcune in affitto.

L’altitudine è estrema, fino a 1.200 metri, e in queste condizioni le piante non ebbero bisogno del portainnesto americano, perché la fillossera con questo freddo non s’è mai trovata a proprio agio.

Quindi quando si degusta il Blanc de Morgex et de La Salle di Ermes Pavese, e questo è un 2012, siamo al cospetto di una rappresentazione organolettica di un prodotto intatto, la cui proiezione si slancia tra il 1860 e l’odierno, senza quel toccasana americano.

Non si può pretendere che il prié blanc, per il suo essere autoctono, sia anche una bomba di vitigno, però quel che riesce a dare è di un sorprendente speciale.

C’è tutto il colore non colorato dell’essere brillantemente verdissimo e paglierino, d’aver quel profumo di silvestre, di selvaggio e di campi incolti, dove il risveglio d’una primavera stentata e raggelata spandono profumi d’erbette aromatiche purissime, di margheritine appena nate, di fiori di landa, di bacche e di prugne selvatiche, di mele di vigna e di germogli di avellane. Un profumo pedemontano prima che l’estate lo arrostisca.

Gusto ben rigoroso in vivezza asprigna, ma non passiva verso l’eleganza: eppure è un 2012!

Ha i contorni sapidi di qualcosa che non vorrà affinarsi, come si può chiedere a una notte di primavera alle pendici del Bianco di essere mite come quella alle pendici dell’Etna: è impossibile.

Non è un vino climaticamente mite, non è nato per esserlo e non lo sarà mai, ed è per questo che durante questa calura estiva e mediterranea, questa spremuta alpina dà il meglio di se con i frutti di mare alle erbette provenzali, con il prosciutto dolce e il melone, con fichi e salame, con panzanella e con il cous cous. Salute!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)