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mercoledì 22 ottobre 2014 17:00:00

Il Salernitano, inteso come territorio, all’inizio degli anni ’90 non era certo un luogo rinomato per la produzione di vino, ben altre preziosità si contavano e ancora si contano. Il vino stava nascendo e fu un’uscita che fece trepidare moltissimo quei pionieri, perché non si potette parlare di scommessa o di sfida, ma forse di vera incoscienza. E chi poteva farlo il vino, se non una lettrice della realtà, una diaframmatrice di figure in cui il tempo di posa e la profondità di campo essenzializzavano una visione che la camera oscura avrebbe trasformato in immagine cartacea. Solo chi ha amato quella fotografia amanuense, impossibile da correggere con Photoshop, poteva possedere una fantasticante visionarietà, che avrebbe consentito di oltrepassare l’asticella della logica che fare il vino potesse essere un’avventura estiva. Di certo Silvia Imparato, anima e core di Montevetrano, non pensava all’epoca che un illuminato Riccardo Cotarella avrebbe intuito la potenzialità della miscela delle uve cabernet sauvignon, aglianico e poi merlot. In quei cinque ettari scoppiò una dei primi focolai eno-rivoluzionari del meridione d’Italia e il vino Montevetrano è stato il brigante buono, anzi buonissimo, di quel nuovo movimento. Chi in quegli anni degustava vino, si ricorderà che gli scettici affermavano che bisognava vedere cosa sarebbe accaduto al duo di Bordeaux con il passare gli anni, e in molti, vista la concentrazione cromatica, parlavano di fruttato abbronzato e di quei tannini, che in quel periodo gli invidiosi chiamavano stucchevoli, e che adesso sono passati al sensuale. E non era nemmeno infrequente sentir dire: troppo legno! Noi ci siamo imbattuti in una bottiglia magnum di Montevetrano 2001, la cui miscela di uve dovrebbe essere cabernet sauvignon 60%, merlot 30% e poi aglianico: scusateci se c’è un’imperfezione nella percentuale, a noi interessava il liquido dell’oggi e non il solido di allora. Ma a parte le battute, Montevetrano 2001 è un vino fantastico. Lo sappiamo che è insolito partire dalla parte finale di una degustazione e che qualcuno potrebbe dire che è come partire dalla morale della favola e poi leggerla; ebbene in quel caso forse la favola perde un po’ della sua magia, ma il Montevetrano no.

Eccolo, bellissimo, nella sua forma colorata di granato illuminante e capace di lasciar esplodere le onde luminose che lo investono. Eccolo custode di un bouquet in cui la fusione è artistica: sciroppo di mirtillo, lavanda di Gordes, come brezza di foresta di pini nelle Landes de Gascogne che odora l’aria di dolce resina, di pigna, di pruina di pinolo e di salsedine, come fosse quel terroir, come un austero Pessac-Léognan. Infine un fumé un po’ terra (graves?) e un po’ carbonella. Eccolo al gusto, come un eco di foglie inquiete (Alfonso Gatto, Salerno), il tannino si scioglie, oleoso, morbido, vellutato; nude papille lo assorbono e si sentono ammaliare; il suo gusto vive, baciato da quella delizia sapida e dal silenzioso vento dell’alcool; il soffio del vino muove oltre il nulla la sua essenza e tu senza rimorsi pensi già a quando tutto ciò diventerà parte della tua memoria. Ancora alla mente torna la poesia di Alfonso Gatto per questo Montevetrano 2001: e il bacio che cerco è l’anima (di questo vino).

A proposito adesso ci ricordiamo perché abbiamo iniziato il racconto della degustazione con la parola fantastico… per non dimenticare di dirlo: fantastico!

AIS Staff Writer

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)