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lunedì 13 febbraio 2012 09:20:00

di Roberto Bellini

Molti si ricorderanno dell'estate del 2003 per l'opprimente caldo e per il divertente tormentone Chihuahua che imperversò nelle radio di mezzo mondo.
La Champagne non fu risparmiata da questo sconvolgimento climatico che condusse a una maturazione del frutto abbastanza repentina,  produsse un po' di perdita di acidità, fino al blocco della sintesi clorofilliana nella prima decade di agosto. La Maison Dom Pérignon monitorava con attenzione l'evoluzione delle piante nelle vigne, tanto che fu costretta a richiamare dalle ferie lo Chef de cave, Richard Geoffroy, perché la vendemmia doveva iniziare prima della fine di agosto. A quel punto Richard si trovò di fronte a un dilemma amletico: millesimare o non millesimare? A volte ci sono degli attimi in cui tutte le vendemmie ti ritornano alla mente, sia quelle da te condotte per 22 anni, e quelle annotate da chi ti ha preceduto; si sa che è un gioco rischioso avvalersi delle esperienze del passato perché fare Champagne è sempre una nuova esperienza che necessita anche di inconsuete sperimentazioni.
Questo è accaduto, secondo Geoffroy, nel 2003, e lo ha spiegato durante la presentazione del Dom Pérignon annata 2003, avvenuta a Milano nel contesto di Identità Golose. È un Dom Pèrignon con una tinta vivace, ma sfumata di maggiore cromaticità dorata, dà un segnale di opulenza già alla vista e indirizza verso un quadro olfattivo intriso di un'intensità fruttata più matura, seppur saporita e una mineralità meno piritica rispetto alle annate passate. Ha un gusto stranamente avvolgente, senza per questo rinunciare alla pressione acida e alla sapidità agrumata; combinazione questa che crea un'abbondanza di micro sensazioni gusto olfattive, che sommandosi, si lasciano attraversare dalla vellutata pungenza della CO2, tanto da creare un'armonia complessiva molto particolare, se riferita all'esuberanza che dovrebbe avere un millesimato appena imbottigliato.
È stata prodotta una nuova idea di assemblage orizzontale in questa vendemmia, sembra che Geoffroy abbia ricercato degli equilibri gustativi diversi dalla solita energia insita nella freschezza, è per questa diversità che si trasforma ancora un volta in unicità, che si può affermare di essere di fronte a un purosangue di Champagne: un fuoriclasse su cui puntare.

Nella foto Richard Geoffroy,  chef de Cave di Dom Pérignon, e Roberto Bellini, Vicepresidente dell'AIS

 

© Associazione Italiana Sommelier (ed altri contributi)